
L’autonomia differenziata torna dalla porta di servizio: quattro Regioni del Nord avanzano, e il Paese si allenta
23 Ottobre 2026
Più carcere per i ragazzi: la risposta di Nordio ai disordini di Milano scambia il sintomo per la malattia
23 Ottobre 2026Il governo spinge i Comuni a vendere il patrimonio pubblico ai fondi: così si svendono le città e i borghi
Il 21 ottobre il ministero dell’Economia ha presentato una guida per gli enti locali sulla valorizzazione e la dismissione del patrimonio immobiliare pubblico. Il ministro Giorgetti parla di una vera politica industriale del settore, coordinata da una cabina di regia guidata dalla sottosegretaria Lucia Albano. Il perimetro è enorme: oltre tre milioni di beni censiti, tra ex scuole, caserme, stazioni dismesse, palazzi storici ed edifici sparsi nei borghi e nelle aree interne. Dei circa 1,3 milioni di fabbricati pubblici, il sessantaquattro per cento appartiene ai Comuni, ed è a loro che il ministero chiede di fare da protagonisti. Accanto ci sono altri strumenti: 200 milioni per il fondo degli immobili a vocazione turistica, il fondo i3-MEF gestito da Invimit, e l’idea di conferire immobili comunali a fondi da collocare presso i risparmiatori per abbattere il debito. Quest’ultima è sostenuta da un grande gruppo editoriale-finanziario e benedetta dal vertice di Intesa.
Il problema esiste, e va detto subito. Chi amministra un Comune sa che un edificio vuoto è un costo, un pericolo, una ferita nel paesaggio. Sa anche che gli uffici tecnici dei piccoli centri non hanno le competenze per costruire operazioni complesse. Una guida, un sostegno, perfino un partenariato con i privati non sono di per sé il male. Il punto è la direzione. Nel lessico di questi anni valorizzare è diventato sinonimo di vendere, e vendere a un fondo significa consegnare un bene a un soggetto che ha un solo dovere: la rendita per i sottoscrittori.
Un fondo non abita. Non frequenta la piazza, non manda i figli a scuola, non si preoccupa se il paese si svuota. Trasforma la scuola in residenza turistica, la caserma in appartamenti di pregio, il convento in resort. È la logica che ha già svuotato i centri storici delle città d’arte. Firenze, Venezia e la stessa Siena conoscono bene il processo per cui un luogo diventa così desiderabile da non poter più essere vissuto. Applicare quella logica ai borghi e alle aree interne, proprio mentre si moltiplicano i discorsi sul loro rilancio, è una contraddizione che nessuno sembra vedere.
C’è poi una questione più profonda. Il patrimonio pubblico non è una somma di metri quadri. È la forma materiale della comunità, il deposito di ciò che una generazione ha costruito per quelle successive. Una scuola chiusa resta il luogo dove un paese ha imparato a leggere. Venderla per limare un debito che si misura in migliaia di miliardi è un’operazione contabilmente irrilevante e civilmente enorme. Si scambia un bene che non torna più con un sollievo che dura una legge di bilancio.
L’alternativa esiste ed è più faticosa. Si tratta di usare quegli edifici per ciò che manca: case a canone accessibile per giovani e lavoratori, servizi, spazi per la cultura e l’impresa locale, cooperative di comunità che gestiscono beni comuni. Significa che il Comune compra, quando può, invece di vendere, e recupera invece di alienare. Significa pensare il proprio patrimonio come leva di sviluppo e non come riserva da liquidare. Sull’Amiata stiamo provando a farlo, con risorse limitate e tempi lunghi.
Lo Stato potrebbe aiutare i Comuni su questa strada, con fondi di rotazione e competenze tecniche. Ha scelto invece di aiutarli a vendere. Non è una differenza di strumenti, è una differenza di idea di Paese.





