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27 Ottobre 2026Teatri in sciopero con stipendi da 1.433 euro: la cultura celebrata nei discorsi e impoverita nei contratti
Oggi, martedì 27 ottobre, i sipari d’Italia restano abbassati. Lo sciopero nazionale dei dipendenti dei teatri e del personale scritturato, proclamato unitariamente da Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilfpc Uil, arriva dopo la rottura del tavolo con Federvivo, l’associazione delle imprese dello spettacolo dal vivo. Le agitazioni sono cominciate il 21 ottobre e proseguiranno fino al 30. È bloccato ogni lavoro straordinario fino alla fine della vertenza. Lunedì 9 novembre i lavoratori convergeranno su Roma per una manifestazione nazionale. Presidi oggi davanti al Valle e all’Argentina a Roma, al Piccolo e all’Elfo a Milano, al Mercadante a Napoli, al Verga a Catania.
I numeri spiegano la rabbia meglio di qualunque comunicato. Il contratto è fermo dal 2018. Nel frattempo l’inflazione ha toccato il ventitré per cento. La paga media di un dipendente teatrale è di 1.433 euro al mese. La proposta delle imprese è un aumento del diciotto per cento spalmato su tre anni: soltanto nel 2029 lo stipendio medio arriverebbe a 1.691 euro. Senza arretrati e dopo nove anni di blocco, i sindacati calcolano che l’aumento reale valga circa ventotto euro lordi l’anno. Per gli scritturati, attori, ballerini, orchestrali e tecnici legati a una produzione o a una stagione, la cifra scende a un euro e trenta. Sono proposte che hanno il sapore di una provocazione.
Chi amministra la cultura in un piccolo comune conosce questa contraddizione dall’interno. Si inaugurano stagioni, si tagliano nastri, si parla della cultura come motore di sviluppo, come identità, come turismo. Poi, dietro le quinte, si incontrano tecnici che montano una scena per un compenso che non basta a pagare un affitto. Si incontrano attori che vivono di scritture discontinue, senza malattia vera, senza pensione credibile. Il teatro è forse l’arte che più di ogni altra mostra il lavoro collettivo: nessuno spettacolo esiste senza la sarta, il macchinista, l’elettricista, chi sposta le quinte di notte. Eppure è proprio questo lavoro invisibile a essere pagato come se non contasse.
Il guaio è che la cultura in Italia è diventata un capitale simbolico da spendere, più che un’attività da sostenere. Si moltiplicano i festival, i grandi eventi, le capitali della cultura, i bandi che premiano la visibilità. Ma i bandi finanziano il progetto, non la persona che lo realizza. Il risultato è un sistema in cui le istituzioni si nutrono dell’entusiasmo e della precarietà di chi ci lavora, contando sul fatto che la passione renda accettabile ciò che in qualunque altro settore sarebbe considerato sfruttamento. Federvivo, dal canto suo, può rispondere che i teatri vivono di fondi pubblici insufficienti e incerti. Ed è vero. Ma allora la vertenza non riguarda solo le imprese: chiama in causa lo Stato, le Regioni, i Comuni, tutti quelli che hanno fatto della cultura una parola d’ordine senza tradurla in risorse stabili.
Lo sciopero dei teatri non chiede soltanto soldi. Chiede l’unificazione dei contratti, una classificazione unica del personale, il riconoscimento di professionalità che oggi si disperdono in decine di voci diverse. Chiede, in fondo, che il lavoro culturale sia trattato come lavoro. La manifestazione del 9 novembre dirà se il Paese è disposto ad ascoltarli. Una comunità che applaude in sala e poi non si chiede chi ha acceso le luci ha perso il senso stesso del teatro, che è il luogo in cui si impara a guardare quello che normalmente non si vede.





