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Domenica Lmdv Media, la società per l’editoria del family office di Leonardo Maria Del Vecchio, ha annunciato una due diligence su Seif, l’editrice del Fatto Quotidiano. È il passo che precede un’offerta pubblica di acquisto totalitaria finalizzata al delisting. Il prezzo ipotizzato è di 0,286 euro per azione, per poco più di sette milioni di euro. Il premio è del trenta per cento sulla quotazione di venerdì. Lunedì il titolo è salito del diciotto per cento. Ma la risposta dei fondatori è arrivata in poche ore: Padellaro, Travaglio, Gomez, Monteverdi, Lillo e gli altri soci storici non vendono e non aderiranno.
La scena ha qualcosa di paradossale. Un erede della più grande fortuna industriale italiana prova a comprare il giornale che più di ogni altro ha costruito la propria identità contro i grandi poteri economici. E lo fa dichiarando di volerlo proteggere, riconoscendo che il Fatto ha scritto di lui anche in modo critico. Ma l’operazione si inserisce in un disegno preciso. Del Vecchio ha già il trenta per cento del Giornale e l’ottanta per cento di Editoriale Nazionale, cioè Il Giorno, il Resto del Carlino e La Nazione, il quotidiano della Toscana. Da qualche mese è il nuovo protagonista dell’editoria italiana.
La condizione dell’offerta dice tutto. Per essere efficace servirebbe arrivare all’82,9 per cento del capitale votante. Lo statuto di Seif impedisce infatti a chiunque di possedere più del diciassette per cento. È una clausola nata insieme al giornale, con un’idea semplice: un giornale indipendente non deve avere un padrone. La proprietà frammentata, condivisa tra i giornalisti, i fondatori e i lettori azionisti, è la garanzia materiale della libertà. Senza i fondatori quella soglia è irraggiungibile, e Del Vecchio lo sapeva. Per questo alcuni osservatori sospettano che il vero bersaglio non sia la proprietà ma i conti. Una due diligence porta dentro la contabilità, fa emergere le fragilità, mostra al mercato quanto manca in cassa. Anche una scalata fallita può indebolire chi la subisce.
Chi ha seguito per anni le vicende del Monte dei Paschi conosce bene questa grammatica. Le offerte pubbliche di acquisto non sono soltanto operazioni finanziarie. Sono atti di potere che ridisegnano chi decide cosa. Quando il bersaglio è una banca, si decide del credito e del territorio. Quando è un giornale, si decide di cosa si potrà sapere. La concentrazione delle testate nelle mani di pochi capitali familiari, spesso estranei al mestiere dell’informazione, non produce necessariamente censura. Produce qualcosa di più sottile: un orizzonte comune, una zona di temi che non conviene toccare, un’autocensura che non ha bisogno di ordini.
Il problema non è Del Vecchio. È un sistema dell’informazione che non sta più in piedi da solo. I giornali perdono copie, la pubblicità migra verso le piattaforme, e l’unico capitale disposto a investire viene da patrimoni enormi che cercano influenza più che rendimento. In questo vuoto la clausola del diciassette per cento appare quasi un reperto. Eppure indica l’unica strada che non porta alla dipendenza: una proprietà diffusa, un legame diretto con i lettori, un giornale che vive di chi lo legge e non di chi lo possiede. Il no dei fondatori del Fatto, al di là di ogni giudizio sulla sua linea, difende questa idea. È una difesa che riguarda tutti.





