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24 Ottobre 2026
C’è tempo – Ivano Fossati
24 Ottobre 2026Milano e le piazze del carovita: una generazione che nessuno ascolta e uno Stato che risponde solo con l’ordine pubblico
Oggi Milano si presenta come una città sotto assedio preventivo. Oltre millequattrocento tra militari e agenti, i paracadutisti schierati nel centro, perquisizioni e fermi in diciotto città, negozi incerti se alzare le saracinesche. Il sindaco Sala chiede ai commercianti di non chiudere, la Rinascente invece chiude. È l’effetto di quanto accaduto sabato 17 e domenica 18 ottobre, quando un corteo contro il carovita, convocato dalla rete “Italia in piazza” e partito con qualche migliaio di persone e molte bandiere tricolori, si è trasformato in guerriglia. Piazza Duomo è stata occupata da centinaia di giovanissimi vestiti di nero, la polizia costretta ad arretrare sotto bombe carta e transenne, vetrine sfondate, saccheggi. Oltre cinquanta fermati, metà minorenni, feriti tra agenti e manifestanti. Alla vigilia la Questura non considerava l’appuntamento preoccupante.
Da quella devastazione è nato il “Movimento 17 ottobre”, che non ha capi, non ha sede, vive su Telegram e Instagram e annuncia la strategia degli sciami: convocazioni all’ultimo minuto, gruppi rapidi che si muovono senza lasciarsi chiudere nelle zone rosse. Chi aveva organizzato il primo corteo prende le distanze dai disordini, ma il marchio ormai circola da solo. Sui social intanto si prepara lo scontro tra sovranisti e ultrà da una parte, anarchici e ragazzi delle periferie dall’altra, e la piazza rischia di diventare un regolamento di conti tra tribù.
La politica ha reagito come reagisce sempre. Salvini ha parlato di centri sociali e “marciume” di sinistra, Piantedosi ha attaccato Sala come radical chic, il ministro Valditara ha individuato la causa in una mancanza di valori. Spiegazioni che rassicurano chi le pronuncia e non spiegano nulla. I ragazzi arrivati in Duomo vengono da Calolziocorte, da Merone, da Como, da Alessandria, dai comuni dove il treno per Milano è l’unica via d’uscita. Molti sono figli di seconda generazione, vestono felpe e marchi riconoscibili, il sabato pomeriggio passeggiano tra vetrine che non possono permettersi. La parola che li definisce, “maranza”, è diventata un’etichetta che chiude il discorso prima di aprirlo.
Qui sta il punto. La rabbia del carovita è reale: la benzina oltre i due euro, gli stipendi fermi, adulti che lavorano per mille euro al mese e non riescono a immaginare un futuro, figurarsi per i figli. Su questa rabbia si è innestata una generazione che non ha luoghi, non ha rappresentanza, non ha interlocutori: né partiti, né sindacati, né parrocchie, né associazioni. La violenza non ha giustificazioni e va perseguita, ma la risposta militare può contenere una giornata, non una condizione sociale. Milano, città della ricchezza esibita, scopre di avere attorno una cintura di esclusi che il centro lo conoscono solo come vetrina.
Il paese ha bisogno di capire che il problema non è la piazza di oggi ma ciò che l’ha preparata in anni di abbandono delle periferie, di scuola impoverita, di welfare ridotto a slogan. Altrimenti ogni sabato sarà una prova di forza, e ogni prova di forza produrrà nuovi arruolati.





