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30 Ottobre 2026
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30 Ottobre 2026Cento anni fa il fascismo chiudeva «Il Quarto Stato» di Nenni e Rosselli: la lezione di una rivista che non si arrese alla sconfitta
Il 30 ottobre 1926, esattamente cento anni fa, usciva a Milano l’ultimo numero de «Il Quarto Stato». Pochi giorni dopo, con i provvedimenti del 5 novembre per la difesa dello Stato, il regime avrebbe soppresso ciò che restava della stampa d’opposizione. Le leggi fascistissime chiudevano la stagione in cui era ancora possibile dissentire a viso aperto, e quel settimanale nato appena sette mesi prima fu tra le voci spente. L’ultimo editoriale, firmato semplicemente «Noi», era dedicato al congresso dei socialisti unitari. Poi il silenzio, l’esilio, la clandestinità.
La rivista era nata il 27 marzo da un incontro improbabile. Pietro Nenni veniva dal socialismo di partito, dalle lotte romagnole, da una passione politica popolare e libertaria; Carlo Rosselli era un giovane economista fiorentino di famiglia agiata, allievo di Salvemini, già fondatore del foglio clandestino «Non Mollare». Pochi mesi prima, a febbraio, era morto in esilio a Parigi Piero Gobetti, per le conseguenze di un pestaggio squadrista. Quella morte aveva chiamato gli antifascisti a una responsabilità nuova. Rosselli mise a disposizione i propri denari, scrivendo che per lui, socialista e capitalista, si trattava di un dovere che era insieme una liberazione. Il titolo veniva dal quadro di Pellizza da Volpedo, l’immagine dei lavoratori che avanzano compatti verso lo spettatore: una promessa di futuro proprio nel momento in cui il futuro sembrava chiudersi.
Ciò che rese «Il Quarto Stato» diverso dalle altre testate d’opposizione fu la scelta di non limitarsi alla denuncia. Nei primi numeri Rosselli pubblicò due articoli intitolati all’autocritica, nei quali analizzava le ragioni della sconfitta del socialismo italiano davanti al fascismo. Non demolizione, precisava, ma revisione. La sinistra doveva capire perché aveva perso prima di pensare a come vincere. Era un gesto di onestà intellettuale raro in tempi di trincea, quando la tentazione naturale è stringersi attorno alle proprie certezze. La rivista non era autorizzata dalla direzione del partito e non ne interpretava le direttive: era un laboratorio, un luogo dove si discuteva di cultura politica con rubriche affidate a studiosi e specialisti. Vi scrissero, tra gli altri, giovani come Lelio Basso, Giuseppe Saragat, Rodolfo Morandi. A metà maggio contava già ottocento abbonati, e la polizia lo considerava il punto di riferimento di tutta la stampa ostile al regime.
Da quell’esperienza nacque molto. Rosselli avrebbe elaborato in confino il suo socialismo liberale e fondato in Francia Giustizia e Libertà, prima di essere assassinato insieme al fratello Nello nel 1937. Nenni sarebbe diventato una delle figure centrali della Repubblica. Ma il valore del «Quarto Stato» non sta solo nei destini dei suoi fondatori. Sta nell’idea che la sconfitta non autorizza la resa e che la resistenza più seria comincia dal pensiero: dal coraggio di guardare i propri errori, di rinnovare gli strumenti, di parlare a un popolo che si è perso invece di rimproverarlo.
Ricordarlo oggi, in un tempo in cui la lotta politica sembra ridotta a polemica quotidiana e a contrapposizione senza progetto, significa riscoprire una forma di impegno che teneva insieme passione e rigore, libertà e giustizia sociale. Quei sette mesi del 1926 dicono che anche quando gli spazi si restringono, la qualità del pensiero resta la prima forma di libertà. E che le idee, una volta scritte, sopravvivono alle leggi che pretendono di chiuderle.





