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30 Ottobre 2026Dante Cappelletti trent’anni dopo: un numero di Culture Teatrali e il fondo custodito nella biblioteca di Piancastagnaio
Pierluigi Piccini
Trent’anni fa moriva tragicamente Dante Cappelletti, studioso, critico e docente universitario, una delle voci che meglio hanno saputo accompagnare il teatro italiano nella stagione in cui la scena cambiava pelle. A lui l’Università di Bologna ha dedicato il numero 34 di Culture Teatrali, uscito a settembre e curato da Fabio Acca, pubblicato con il contributo del Comune di Piancastagnaio e dell’Università di Torino. Il volume sarà presentato il 26 novembre alle 17 nel programma di Tuttoteatro.com: Mariateresa Surianello dialogherà con il curatore, con gli amici, i colleghi e il pubblico; a seguire il compositore francese Denis Cohen eseguirà al pianoforte l’Hammerklavier di Beethoven. Non è una scelta casuale: Cohen aveva scritto per Cappelletti, nel 1991, una composizione ispirata ai primi versi del terzo canto dell’Inferno.
Il titolo della monografia, “Nuove ipotesi per nuovi studi”, dice già molto. Non un omaggio commemorativo, ma il tentativo di rimettere in circolo un pensiero. I saggi ricostruiscono il Cappelletti critico della rivista Il Dramma, la sua voce negli studi dedicati a Vittorio Gassman, il rapporto con il Teatro Povero di Monticchiello, la storia del premio alle arti sceniche che porta il suo nome, nato nel 2004 e diretto da allora dalla stessa Surianello. Chiude un’intervista a Paolo Ruffini che lo ritrae come compagno di viaggio di molti, ma viaggiatore solitario. È una definizione che restituisce bene la figura: un intellettuale che stava dentro le cose, nelle piazze del teatro popolare come nei laboratori della sperimentazione, e che proprio per questo sapeva guardarle da una distanza tutta sua. Il suo Teatro in piazza, del 1980, teneva insieme due dimensioni che la cultura italiana tendeva a separare: la tradizione comunitaria e la ricerca.
Per noi c’è un capitolo che pesa più degli altri. Alessia Zombardo firma uno studio sul Fondo Dante Cappelletti conservato nella Biblioteca comunale “Angelo Ferrazzani” di Piancastagnaio, con l’elenco di consistenza dei materiali, che coprono gli anni dal 1964 al 1996, e le prospettive di ricerca che quel patrimonio apre. È il riconoscimento, in sede scientifica, che un piccolo comune dell’Amiata custodisce un pezzo della storia critica del teatro italiano del secondo Novecento. E il sostegno del Comune alla pubblicazione dice che non intendiamo limitarci a custodirlo.
Qui sta il punto che mi preme. Un archivio non è un deposito. Diventa vivo quando qualcuno lo interroga, quando studenti e studiosi arrivano a consultarlo, quando un territorio capisce che la propria identità non è fatta solo di castagni e di vapore, ma anche di carte, di pensiero, di relazioni intrecciate con i luoghi dove la cultura si fa. L’elenco di consistenza è il primo passo, perché rende visibile ciò che c’è. Il passo successivo spetta a noi: fare della biblioteca un luogo in cui quel fondo venga studiato, discusso, rimesso al lavoro. Il nome di Cappelletti è già scritto sulla struttura comunale che lo ricorda; ora deve tornare a essere un nome che produce domande.
Tutti i contributi del numero sono consultabili in pdf sul sito della rivista. Chi ha a cuore la memoria culturale di questo paese, e non solo di questo paese, farebbe bene a leggerli. La memoria, quando funziona, non guarda indietro: prepara il futuro, come suggerisce il titolo stesso dell’incontro di novembre.





