
Corpo a corpo. Deformato
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1 Novembre 2026Mostre Una spettacolare monografica: riunisce quasi l’intera opera pittorica di Jacopo Carucci, il magistrale stilista del Cinquecento fiorentino. I confronti con i contemporanei sono parlanti. Un po’ sacrificati i disegni e da discutere l’idea di sottrarre il pittore al suo maledettismo
La clamorosa mostra in corso alle Scuderie del Quirinale (fino al 7 febbraio 2027) è quasi una nèmesi per Jacopo Carucci, ovvero Pontormo, caso certo non comune di un grande maestro fiorentino del Cinquecento per il quale non sia attestato un solo soggiorno a Roma (seppure un salto debba pure avercelo fatto, magari nel 1511). Ma per questo gigante della pittura era doverosa una consacrazione anche al di fuori della sua Firenze, e a me pare che alle Scuderie non si vedesse una monografica tanto completa ed emozionante dai tempi di quella dedicata ad Antonello. Merito prima di tutto della curatrice, Cristina Acidini, femme forte della storia dell’arte a Firenze, capace di far viaggiare tutto, e pronta forse a staccare pure gli affreschi di Poggio a Caiano se glielo avessero consentito (si scherza, ovviamente). Certo è che la storia conservativa di alcuni dei cicli a cui lavorò Pontormo, già oggetto di campagne di stacco nel Novecento, ha consentito di riunire al pianterreno delle Scuderie una sfilata di testi capitali della prima Maniera fiorentina. Varianti di questa mostra, diverse e ridotte, si vedranno nei prossimi anni anche a Londra e a Washington, ma solo a Roma è possibile ora ammirare e seguire il percorso del maestro attraverso tutte le sue tappe salienti.
Poi, già nella seconda sala, con la Pala Pucci di San Michele Visdomini (1518), celebrata da Vasari come uno dei suoi capolavori, Pontormo si rivela pienamente maturo, con la trasformazione della classica ‘Madonna e santi’ in una invenzione cinetica, percorsa da una sottile inquietudine, in quei sorrisi dei puttini (Gesù bambino, angeli etc.) che sono quasi smorfie: prima ancora della morte di Raffaello, nasce qui la Maniera, poi declinata, spesso in senso dispregiativo, col suffisso -ismo (Manierismo), tanto detestata dagli albori del Seicento fino alla sua tardiva rivalutazione negli anni venti del Novecento, a partire da Walter Friedländer. Quest’ultimo fu uno dei primi a essere affascinato da Pontormo, rivisto anche con gli occhi della contemporaneità, dell’Espressionismo, e pian piano amato e mitizzato sempre di più come genio introverso e tormentato. Di quella che fu l’inesausta ricerca espressiva di Carucci parlano chiaramente, poi, le grandi lunette della Certosa del Galluzzo, affreschi staccati e purtroppo molto rovinati, ma sempre impressionanti per la virata tedescheggiante, düreriana, che Vasari per primo non gli perdonò.
E poi, in fondo alla prospettiva del pianterreno, è stata quasi ricreata la cappella Capponi di Santa Felicita, per incastonarvi i medaglioni con gli Evangelisti opera anche di Bronzino, a fare da corona all’impareggiabile Pietà (1525-’28), di nuovo una svolta, un’architettura di corpi e panneggi, con improbabili tutine rosa e verdi aderentissime, in uno spazio che più irreale e antinaturalistico non si può. Drammaticissima ma anche stilizzatissima: vertice assoluto.
Ma questa volta alle Scuderie il percorso al pianterreno si chiude con un secondo acuto finale, la ricostruzione della camera Bettini, con il Venere e Cupido di Michelangelo-Pontormo riunito per la prima volta ai due ritratti allegorici di Dante e Petrarca, capolavori di un Bronzino luminoso e raggelato come un Tarchiani o un Nazareno. Al rapporto con Michelangelo è dedicata anche la prima sala al secondo piano, ma a voler trarre un bilancio da queste collaborazioni pur così speciali si direbbe che se Buonarroti diede nuova linfa al già grande Sebastiano del Piombo, nei confronti di Pontormo agì come un freno alla sua vena migliore, più eccentrica.
Seguono poi i tanti e notevoli ritratti, primo fra tutti il celeberrimo Alabardiere che venne acquistato dal Getty nel 1989 per quella che era allora la cifra più alta mai spesa per un old master: 32 milioni di dollari. La scelta di isolarlo in un ambiente tutto per sé, a evidenziarne il grande fascino e l’irrisolta questione dell’identificazione – e si capisce che almeno due dei quattro co-curatori, Capretti, Costamagna, Edelstein, Falciani, devono essersi un po’ accapigliati: Cosimo I? Francesco Guardi? –, ha una sua fondatezza; ma il tabernacolo con colonnine magari poteva venire meglio.
E soprattutto, in questo modo ai numerosi disegni esposti lungo il percorso, spesso davvero pazzeschi per libertà, modernità e varietà di soluzioni, tanto da far venire in mente una volta Schiele e un’altra Ingres, non è stato dato tutto il rilievo necessario. Ripeto, sono tanti e splendidi, ma avrebbero meritato una sala tutta per loro: se qualcuno dei suddetti quattro fosse stato uno specialista del disegno, come la scomparsa Janet Cox Rearick, magari le cose sarebbero andate diversamente. Di nuovo Pontormo è messo a confronto con i ritratti di Andrea del Sarto, Bronzino, Rosso, e anche di Jacone, piccola grande sorpresa della mostra.
La lista dei prestatori è notevole e a un certo punto si ha l’impressione che tutto Pontormo sia alle Scuderie, con opere che rimangono impresse nella memoria, dal volto di Maria nella Madonna col Bambino e san Giovannino agli Uffizi al severo e maiestatico Ritratto di monsignore di Washington; manca giusto il San Gerolamo di Hannover. Ma c’è forse un aspetto della mostra che solleva qualche dubbio. Si è cercato in tutti i modi di sottrarre Pontormo all’aura di pazzia e maledettismo che il Novecento gli aveva fatto crescere intorno, forte di quel documento così unico che è il suo diario del 1554-’56, più precisamente Libro di ricordi, esposto alle Scuderie ma senza la necessaria trascrizione delle pagine aperte (magari pure con un commento).
Oggi si guarda a quelle ossessive annotazioni di cibi consumati e di gambe e schiene affrescate nel coro di San Lorenzo come a qualcosa di perfettamente inquadrabile nella tradizione delle ricordanze, ma negare che ne emerga l’immagine di un uomo quantomeno un po’ bizzarro a me sembra un eccesso di razionalizzazione e semplificazione: io, per dire, non me li immagino proprio Vasari o Raffaello a tenere un diario simile. Coerente con questa scelta quella di esporre pochi dei disegni riconducibili al ciclo di San Lorenzo, sciaguratamente distrutto nel Settecento: perché pure quei fogli ci dicono tanto dell’ultimo Pontormo, non a caso così poco amato da tutto il classicismo successivo.
Poi la chiusa, però, è dedicata all’ultraspiazzante Visitazione di Carmignano, molto precedente cronologicamente (1530 circa), ma troppo famosa per non darle risalto. E anche qui, stare a dire che la presenza di quegli onirici doppi di Maria e Elisabetta, fluttuanti con loro in una piazza vuota e sghemba che è già De Chirico, non sia al limite dell’incredibile, vuol dire non renderle giustizia. È un’opera indimenticabile, come tutta la mostra.





