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L’Italia del lavoro è dentro una spirale che i numeri descrivono con crudezza. I profitti delle imprese sono cresciuti a un ritmo doppio rispetto ai salari, mentre le assenze per malattia hanno raggiunto livelli superiori a quelli degli anni del Covid. Messi uno accanto all’altro, questi due dati raccontano un Paese in cui datori di lavoro e dipendenti si guardano con sospetto reciproco, e in cui la busta paga ha smesso da tempo di essere uno strumento di emancipazione.
Il quadro dei redditi è noto ma continua a peggiorare. Secondo il Rapporto annuale dell’Istat, alla fine del 2025 il potere d’acquisto dei salari contrattuali era ancora inferiore dell’8,6 per cento rispetto al 2019. L’Ocse calcola che nel primo trimestre del 2026 i salari reali italiani fossero più bassi del 6,1 per cento rispetto allo stesso periodo del 2021, il dato peggiore tra le grandi economie avanzate, e prevede per quest’anno un’ulteriore contrazione dello 0,9 per cento. Con l’inflazione risalita sopra il 3 per cento in estate, i rinnovi contrattuali non bastano più a tenere il passo dei prezzi. Nel secondo trimestre l’Istat ha registrato un calo del potere d’acquisto delle famiglie dello 0,9 per cento. E se si allarga lo sguardo, l’Ufficio parlamentare di bilancio ricorda che dal 1990 le retribuzioni reali del settore privato sono addirittura diminuite, mentre nella media Ocse sono cresciute di oltre il trenta per cento.
Non tutti leggono questi dati allo stesso modo. Una parte degli economisti e delle associazioni d’impresa sottolinea che a inizio 2026 i margini aziendali hanno cominciato a ridursi, schiacciati dal costo dell’energia e del lavoro, e che il problema vero è la bassa produttività, legata alla piccola dimensione delle imprese e alla scarsità di investimenti in tecnologia. Altri, al contrario, osservano che la fiammata inflattiva del 2022-2023 ha spostato reddito dai salari ai profitti, e che quella redistribuzione non è mai stata corretta.
Il dato sulle malattie va maneggiato con prudenza. Può indicare un aumento dell’assenteismo opportunistico, come sostiene chi chiede più controlli, ma anche un peggioramento reale della salute di una forza lavoro sempre più anziana, stanca, con meno accesso alla sanità pubblica. Probabilmente indica entrambe le cose, e soprattutto una disaffezione: quando il lavoro non garantisce più un futuro migliore, il legame con l’impresa si allenta.
È qui che la questione smette di essere solo economica. Un Paese in cui i giovani emigrano, i salari non crescono da trent’anni e la fiducia tra le parti si consuma, rischia di perdere la base stessa del patto sociale. La domanda su quale Italia lasciamo ai nostri figli non è retorica: riguarda la possibilità che il lavoro torni a essere riconosciuto, nel reddito e nella dignità, come il fondamento della Repubblica che la Costituzione ha immaginato.





