
Harvest Moon
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I fantini hanno capito il messaggio: con le sanzioni leggere, alla mossa si può osare di più
7 Novembre 2026
di Pierluigi Piccini
C’è qualcosa di amaro nel leggere i conti di Rocca Salimbeni proprio in questi giorni. Nei primi nove mesi del 2026 il Monte ha prodotto 1,66 miliardi di utile netto, il 21 per cento in più dell’anno scorso, e a fine anno l’utile ante imposte dovrebbe superare i 3,7 miliardi. Una banca solida, redditizia, ben patrimonializzata. E tra poche settimane il tesoretto di qualcun altro.
Ora parlano tutti. I sindacati denunciano il rischio spezzatino, la Fisac definisce inaccettabili le parole di Messina sulla possibile vendita di filiali ad altri acquirenti, la First vede una storia plurisecolare sacrificata alla finanza. L’Associazione Aldo Moro chiede che Comune, Provincia e Regione si presentino uniti davanti al governo per aprire un tavolo sul futuro della banca. Richieste giuste, preoccupazioni fondate. Ma arrivano tardi, quando la Consob sta per dare il via libera al documento d’offerta e le adesioni partiranno intorno al 23 novembre.
L’offerta di Intesa e Unipol è stata annunciata l’8 giugno. Da quel giorno era tutto leggibile: la divisione della rete, 625 filiali a Ca’ de Sass e 635 a Unipol-Bper; i numeri del Monte, che crescevano trimestre dopo trimestre e rendevano la preda sempre più appetibile; il contesto, con Mediobanca e Generali dentro il perimetro, gli intrecci azionari, un’assemblea il cui esito non era affatto scontato a favore della difesa. Bastava leggere con attenzione per capire che il voto dei soci poteva andare come è andato, e che a quel punto Siena si sarebbe trovata senza carte.
Chi aveva responsabilità istituzionali, sociali, associative avrebbe dovuto cominciare allora a costruire una piattaforma di richieste: precisa, scritta, condivisa. Sede, marchio, funzioni direzionali, livelli occupazionali, destino delle filiali, impegni verso il territorio. Una piattaforma pronta da mettere sul tavolo qualunque fosse l’esito, da sostenere con il governo e con le autorità, da far entrare nel documento d’offerta. Si è preferito aspettare, sperare nella mossa difensiva, oppure tacere per non esporsi. Ora che l’Antitrust chiede correttivi e potrebbe imporre la cessione di una parte degli sportelli a un terzo soggetto, ci si accorge che il perimetro del Monte può diventare una somma di pezzi da collocare dove conviene.
Al 30 settembre il Monte contava 21.769 dipendenti e 1.545 filiali. Dietro quelle cifre ci sono famiglie, territori, competenze costruite in decenni. Non si tutelano con una nota diffusa a giochi quasi fatti.
Non si tratta di essere pro o contro Intesa. Il voto dei soci è un fatto e va rispettato. Si tratta di serietà amministrativa: le garanzie annunciate a ottobre valgono quanto la carta su cui sono scritte, e oggi quella carta non c’è. Devono diventare obblighi nel documento d’offerta e in un accordo sottoscritto con gli enti e la Fondazione, vincolando anche Unipol e chiunque dovesse rilevare pezzi della rete. Il governo ha il golden power: è il momento di usarlo non per bloccare, ma per pretendere condizioni.
Il tempo stretto non è un alibi, è una ragione in più per muoversi subito e insieme. Ma resta una lezione che Siena farebbe bene a non dimenticare: chi amministra lavora sul tempo lungo e prepara le risposte prima che arrivino le domande. Chi rincorre gli eventi, alla fine, può soltanto commentarli.





