Ciascuno di noi porta un villaggio dentro la propria memoria. Non importa che questo villaggio sia un paesino di Grecia o d’Africa o il quartiere di una grande metropoli, Vienna, Parigi o Chicago. Diversamente, non sapendo da dove veniamo non sapremmo nemmeno chi siamo. Dentro questi villaggi ci sono altri luoghi, collettivi ma privatissimi, ai quali sempre riconduciamo la genealogia dei nostri rapporti umani più profondi, l’amicizia, l’amore, il profumo di una stagione. E basta essere diventati adulti e aver vissuto l’esperienza della memoria, o averla ritrovata nelle parole di tanti racconti letterari, per riconoscere che tra questi luoghi certamente un ruolo molto importante hanno i bar, i caffè che abbiamo frequentato nella gioventù. È lì che abbiamo scoperto i sapori di certe bevande, imparato le delizie degli scherzi, delle idee, delle discussioni condivise.
Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir scrivevano i loro libri al caffè Les Deux Magots di Parigi, il premio Nobel egiziano Nagib Mahfuz nel «caffè degli specchi» del Cairo. Le biografie di certi grandi pittori sono strettamente legate ai nomi dei caffè dove trascorrevano buona parte della propria vita e incontravano gli amici e i loro amori. In certe città si è disposti a fare lunghe camminate per andare a prendere il caffè così speciale in un preciso bar, a comprare i dolci di quella eccezionale pasticceria.
Al mio paese, Bagheria, in Sicilia, quando ero ragazzo c’era il bar Aurora.
Ma l’Aurora non era solo un bar, era il bar per eccellenza, era il luogo dove ci si dava appuntamento: «Ci vediamo all’Aurora». Era la migliore pasticceria, la migliore gelateria, per non parlare del caffè. Per un baarioto il caffè dell’Aurora era la pietra di paragone assoluta e insuperata. Uno poteva andare in viaggio per pochi giorni, o emigrare per decenni, ma la prima cosa che faceva una volta tornato era precipitarsi all’Aurora per prendersi un caffè, il caffè. Così faceva Renato Guttuso, per esempio, e i camerieri, non appena si spargeva la voce che fosse di passaggio in paese, preparavano matita e fogli sotto il bancone per metterglieli subito davanti, sfruttando il momento di beatitudine che sarebbe seguito all’aver sorbito il caffè. E lui non rifiutava mai di eseguire l’ennesimo schizzo di tazzina fumante.
I baristi addetti alla macchina erano come sacerdoti officianti, conoscevano i gusti di ciascun cliente e per ciascuno facevano un caffè su misura. C’erano gli appassionati del caffè ristretto, superconcentrato, ai quali veniva servita una crema profumata così densa che il cucchiaino vi restava dentro ritto su sé stesso. Altri clienti prendevano il caffè solo se alla macchina c’era un determinato barista.
Il circolo « Ordine e Libertà », detto « dei civili », era situato di fronte al bar, lungo corso Umberto. Il viavai dei camerieri dal bar al circolo era ininterrotto. Al circolo c’erano raffinatissimi conoscitori di caffè. Al solo assaggio pretendevano di riconoscere la mano del barista che aveva preparato la divina bevanda. Attribuzionisti della tazzina pari ai più implacabili esperti internazionali d’arte, capaci di identificare da un minimo dettaglio stilistico l’autore di qualsiasi dipinto, o a rabdomanti che sentono infallibilmente da segnali invisibili il passaggio di una sotterranea e preziosa vena d’acqua. C’era uno dei soci in particolare che accettava scommesse con poste altissime sulla sua abilità nel riconoscere l’autore di ogni tazzina di caffè che arrivasse dal bar Aurora. E non sbagliava mai. (…)
Ma a un certo momento accadde l’inconcepibile: l’Aurora chiuse. Nuova concorrenza, malattie, cattiva gestione. Chissà. La notizia venne ricevuta come una catastrofe storica. E lo era. Per quanti arrivavano in paese e scoprivano che il bar non esisteva più era come se nella prospettiva della piazza fosse crollato il campanile. Da quel momento nacque e continuò a crescere il mito dell’Aurora.
In un certo senso, come è indispensabile per qualsiasi leggenda, la delusione dopo ogni possibile confronto era anche una sorta di soddisfazione, quella di essere stati testimoni di qualcosa di imparagonabile, di una irripetibile stagione.
Magari, anni dopo, un vecchio lavorante si rimetteva a fare le cassate. Qualcuno giurava di averci ritrovato l’antico sapore dell’Aurora.
Ma erano sempre fuochi di paglia. Si potrà passare la vita a cercare di ritrovare la perfezione da idea platonica di quel caffè, della crostatina di fragoline di Ribera che in maggio, per la delizia del palato e dello spirito, usciva da quella magica pasticceria.
Altri hanno tentato di rifarla. Ma dove sono l’impalpabile sottigliezza e leggerezza della pasta frolla, la perfetta densità della crema di burro aromatizzato in cui erano immerse le fragranti, profumatissime fragoline, il velo esatto e croccante di glassa che le sigillava?
L’Aurora, ormai, non esiste più da una trentina d’anni.
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Quando Giuseppe Tornatore per il suo film Baarìa, saga epica e corale su una famiglia e sul paese, fece costruire vicino a Tunisi un’allucinante riproduzione di Bagheria com’era, andai a visitare quella sorprendente scenografia, e tra le molte cose che mi provocarono ondate di emozioni da rigurgiti di memoria la più forte fu sicuramente il ritrovare, falso, ma tale e quale, ma proprio perché falso più vero del vero, il bar Aurora, con la sua insegna, le sue sedie sul marciapiede di corso Umberto. Mi ci sedetti accanto all’amico regista e chiesi a mia figlia Nanà di farci una fotografia, in un assurdo, disperato, eppure in quell’istante quasi riuscito tentativo di annullamento del tempo.







