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Cinque titoli di una settimana di luglio, letti come se fossero un solo testo
C’è una domanda che attraversa, senza essere mai formulata, i cinque titoli di questa settimana: chi decide che una cosa vale? Non che sia vera, non che sia buona: che valga. Che meriti di essere consumata, imitata, esposta, riconosciuta. È una domanda amministrativa, in fondo, e per questo tanto più insidiosa quando si travesta da questione morale.
Si comincia con il matcha. La polvere verde che nel giro di pochi anni è passata dal rito alla vetrina, e da lì al gelato, al croissant, alla bevanda in lattina. Il pezzo di Rivista Studio non si ferma alla moda: risale la filiera e mostra ciò che la moda lascia dietro di sé. La quinoa che gli altipiani andini coltivavano da settemila anni chiamandola madre di tutti i semi, e che le città boliviane non mangiavano perché sapeva di povertà rurale; poi il prezzo che si moltiplica di quindici volte in quattordici anni, non perché qualcosa sia cambiato nel seme, ma perché l’Occidente lo ha scoperto. L’avocado, l’açaí, e sempre lo stesso meccanismo: una comunità coltiva per secoli una cosa che il mercato non vede; il mercato la vede; la comunità non se la può più permettere. È colonialismo con l’algoritmo al posto della cannoniera, e ha il vantaggio di non richiedere nemmeno un decreto. Basta un video.
L’osservazione più acuta di quell’articolo è però un’altra, quasi di sfuggita: l’unica cosa che il meccanismo non riesce a convertire in prodotto è il tempo. I settemila anni non si vendono. Si vende la polvere, e il tempo che l’ha resa quella polvere resta fuori, come uno scarto. Chi conosce un territorio sa che è esattamente questo il punto: il castagno, la miniera, il vapore che esce dalla terra non valgono per la sostanza chimica che producono, ma per lo strato di tempo che ci si è depositato sopra. E quello strato è precisamente ciò che nessun listino registra.
Il secondo titolo sembra parlare d’altro e parla della stessa cosa. Michele Mari vince lo Strega e non sorride. Dice, con esattezza tecnica, che non sa sorridere, che gli verrebbe fuori un ghigno. Segue lo scandalo: piccolo, ma rivelatore. Perché il sorriso, ricorda il pezzo del Giornale, non è lo sfogo della gioia, è una tecnica di pacificazione: dice all’altro stai tranquillo, non creo problemi. Nelle organizzazioni contemporanee, dove nessuno viene più zittito ma si osserva che la tua presenza «non facilita il clima», il volto è diventato una prestazione. Si affitta la faccia. La mediocrità espansiva viene assolta, la serietà competente viene schedata.
Ecco il ponte con il matcha: anche il volto è un giacimento che il mercato ha imparato a estrarre. Mari ha fatto una cosa semplicissima e per questo scandalosa: ha tenuto per sé il margine tra ciò che sentiva e ciò che la fotografia pretendeva. Quel margine, un tempo ovvio, è oggi un lusso. E si noti che non ha protestato, non ha fatto un gesto: ha soltanto omesso. La forma più economica di resistenza è la sottrazione, e resta anche l’unica che non produce contenuto.
Terzo titolo: l’Odissea di Nolan, arrivata in sala il 16 luglio dopo mesi di polemiche sul cast, sui termini moderni, su chi interpreta chi. Il regista ha liquidato tutto come irrilevante, dicendo che il suo obiettivo era fare il miglior film possibile e che ogni adattamento è unico perché adattare significa questo. La risposta è più profonda di quanto sembri, ma non risolve la questione che le sta sotto. Il mito è per definizione riscrivibile: Omero stesso è un nome collettivo, una tradizione mobile. Il problema non è la libertà dell’adattamento, è la direzione della pressione. Quando un poema fondativo viene fatto passare attraverso il filtro di un mercato globale da duecentocinquanta milioni di dollari, non è la modernità che interpreta il mito: è il mito che viene mandato a fare pubbliche relazioni. Come il volto. Come la polvere verde. Da una parte chi grida al tradimento, dall’altra chi grida alla censura reazionaria: entrambi discutono del casting, nessuno dei due discute del fatto che l’unica autorità certificatrice rimasta in campo sia il botteghino.
Poi arriva il quarto titolo, e il tono cambia. Bartezzaghi racconta la nascita di una parola: atefano, per chi ha perduto un figlio. Un vuoto lessicale antico — abbiamo orfano, abbiamo vedovo, non abbiamo questo — colmato da un ordine del giorno di due consigli regionali. C’è qualcosa di commovente e qualcosa di problematico. Commovente perché il ragionamento è giusto: senza una parola, chi vive quella condizione vive una forma di invisibilità, e dare un nome significa sottrarre all’indicibile. Problematico perché lo stesso documento è costretto ad ammettere che nessuna autorità riconosce i neologismi: lo fa l’uso, lentamente, negli anni. Cioè il tempo. Di nuovo il tempo, l’unica cosa che non si delibera.
È il rovescio esatto dei tre casi precedenti. Lì il mercato prendeva ciò che il tempo aveva fatto e lo consumava in un trimestre. Qui un’istituzione prova a fare in una seduta ciò che solo il tempo può fare. Il gesto è nobile e la lingua deciderà da sola. Ma varrebbe la pena chiedersi se il vuoto non fosse esso stesso una forma di rispetto: certe condizioni la lingua le lascia senza nome non per distrazione, ma perché nominarle è già ridurle. Non lo dico per gelo. Lo dico perché una parola che non venga dal basso, dalla bocca di chi la porta, rischia di diventare una casella. E la casella, in questo paese, è a un passo dal capitolo di bilancio.
Il quinto titolo chiude il cerchio e lo fa saltare. Avvenire smonta la formula più abusata del nostro tempo: stare dalla parte giusta della storia. La frase presuppone due cose distinte: sapere distinguere il bene dal male, che è ragionevole aspettarsi da chiunque, e sapere dove va la storia, che non è dato a nessuno. La storia non è un tribunale che distribuisce condanne e assoluzioni; procede a zigzag, torna indietro, fa salti. E chi si convince di conoscerne la direzione finisce per sentirsi autorizzato a forzarla. Anche i peggiori del Novecento dicevano di servire le leggi della Storia. Meglio, suggerisce l’articolo con understatement micidiale, tenersi dalla parte giusta della cronaca.
Ma è proprio qui che i cinque pezzi si saldano. Perché il tribunale del futuro e il tribunale del mercato hanno la stessa struttura: entrambi sostituiscono al giudizio, faticoso e revocabile, una certificazione automatica. L’algoritmo dice che il matcha vale; la statistica dei visi dice che il sorriso vale; il botteghino globale dice che questa Odissea vale; la delibera dice che questa parola vale; la parte giusta della storia dice che questa causa vale. In ogni caso la fatica del discernimento è appaltata a un’istanza esterna che non si può interrogare, perché non ha volto e non risponde.
La settimana si chiude allora su una figura sola: un uomo che riceve un premio e non sorride. Non perché sia scortese, non perché voglia dire qualcosa. Perché quella faccia è sua, e ha deciso di tenersela. In un mondo dove ciascuno è addetto stampa di sé, non c’è certificazione più difficile da ottenere — e nessuno la rilascia.





