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Due alibi che si somigliano: la battuta e la bottiglia
Ci sono frasi che non servono a dire qualcosa, ma a impedire che ciò che si è detto abbia conseguenze. «Stavo scherzando» è la più efficace di tutte. Non nega il contenuto — anzi lo lascia esattamente dove è caduto — nega soltanto la propria responsabilità nell’averlo pronunciato. E siccome ritirare la battuta è impossibile, chi la riceve si ritrova a dover dimostrare di non essere permaloso prima ancora di poter obiettare nel merito. Il carico della prova si rovescia. È un capolavoro di ingegneria retorica, e non lo ha inventato nessuno negli ultimi dieci anni: lo abbiamo semplicemente industrializzato.
Denis Saint-Amand, che studia le poetiche della parodia e della satira, lo ha analizzato in un saggio e ora lo ridice al Monde con una formula che vale la pena tenere: il riso, quando viene strumentalizzato a vantaggio del più forte, non fa altro che deridere per mantenere una dominazione. La distinzione è antica quanto la commedia. Il riso che va verso l’alto — verso il potente, il re, il consigliere che si prende sul serio — è una delle poche armi di chi non ne ha altre. Il riso che va verso il basso non è satira: è la stessa violenza di prima, con un sorriso davanti che funge da certificato di innocuità. Quel che è cambiato, secondo Saint-Amand, è che non si tratta più di un espediente occasionale ma di una grammatica: meme, provocazioni, video generati al computer, un tono goliardico costante che sposta di poco, ogni giorno, il confine di ciò che si può dire in politica. Piccoli spostamenti, mai uno abbastanza grande da far scattare l’allarme. Alla fine del percorso il confine non è stato abbattuto: è stato traslocato, e nessuno saprebbe indicare la seduta in cui è successo.
Il punto più difficile è la risposta. Perché l’indignazione è precisamente il prodotto che quella macchina desidera: è la conferma di essere riusciti a colpire, ed è materiale gratuito. Ma nemmeno il silenzio funziona, perché il silenzio viene registrato come consenso. Saint-Amand suggerisce una terza via, che non è una tecnica ma una condizione: ricostruire spazi e condizioni materiali in cui si possa ridere insieme. Insieme, non contro. Chi ha amministrato un luogo piccolo sa che questa non è una frase da convegno. Una comunità che ha ancora la festa, il circolo, la sagra, la scena su cui prendersi in giro reciprocamente possiede un anticorpo che nessuna campagna di comunicazione può fabbricare. Dove quel riso condiviso si è spento, resta soltanto lo sberleffo dello schermo, che è il riso di uno solo moltiplicato per centomila e non è affatto la stessa cosa.
Il secondo pezzo di questa settimana sembra abitare un altro pianeta, e invece è la stessa stanza vista dall’altra porta. Rosa Montero, sul Literary Hub, si chiede se gli scrittori siano intrinsecamente vulnerabili all’alcool e alla droga, e risponde smontando pazientemente la più resistente delle mitologie letterarie occidentali: quella che fa dell’ubriachezza una condizione dell’ingegno. La storia dell’arte, e della letteratura in particolare, è piena di alcolisti, di oppiomani, di cocainomani, di tossici di ogni specie — e il procedimento, osserva, è sempre lo stesso: la musa chimica uccide prima l’opera e poi l’artista. In quest’ordine. Prima la pagina, poi l’uomo. Montero ricorda anche la generazione che ha visto bere con entusiasmo barbarico vantandosi della fratellanza fra alcool e talento, e la cultura che di quelle cose non parla, come se non andassero nominate.
Ecco il ponte. Anche qui siamo davanti a un alibi, cioè a un dispositivo che sospende le regole ordinarie della responsabilità. La battuta dice: non puoi chiedermi conto di quello che ho detto. La bottiglia dice: non puoi chiedere conto all’uomo di quello che ha fatto, perché l’opera lo scusa; e non puoi chiedere conto all’opera dei suoi cedimenti, perché il tormento dell’uomo la giustifica. In entrambi i casi si costruisce una zona franca in cui il gesto produce i suoi effetti senza pagarne il prezzo. In entrambi i casi la zona franca è presidiata da un prestigio: lì il coraggio di chi non è politicamente corretto, qui la maledizione del genio. E in entrambi i casi chi contesta viene squalificato prima ancora di aver parlato: sei un moralista, non hai senso dell’umorismo, non capisci l’artista.
Ma la parentela va più a fondo, e riguarda il tempo. Il maledettismo letterario promette l’ispirazione senza il lavoro: la scorciatoia chimica verso un altrove che dovrebbe risparmiare la fatica lentissima di trovare la frase giusta. Il meme politico promette la persuasione senza l’argomento: la scorciatoia emotiva verso un consenso che dovrebbe risparmiare la fatica di dimostrare qualcosa. Sono due modi di comprare a credito, e in entrambi i casi il conto arriva. Nella letteratura arriva sotto forma di libri sempre più deboli firmati da un nome sempre più grande. In politica arriva sotto forma di un ceto che ha disimparato a costruire una frase complessa e che, quando gli tocca governare davvero, scopre di avere in mano soltanto sarcasmo.
Vale la pena aggiungere ciò che nessuno dei due articoli dice esplicitamente, e che tuttavia sta dentro entrambi: il meccanismo non ha proprietari. L’alibi della battuta funziona ovunque venga usato, da qualunque parte, e nessuno schieramento può rivendicare l’esenzione. Chi denuncia lo sberleffo altrui e coltiva il proprio non sta difendendo il discorso pubblico: sta contrattando le quote. La domanda giusta non è mai chi ride, è sempre di chi si ride, e se dopo la risata resta ancora qualcosa da dire.
Montero intitola il suo libro con un’espressione che sembra un ossimoro: il pericolo di essere sani di mente. C’è del vero, perché la sobrietà toglie una scusa, e chi resta senza scuse resta solo con la propria misura. È molto più duro. Ma è anche l’unica condizione in cui l’opera è davvero di chi la firma, e la parola davvero di chi la pronuncia.
Fra la battuta che non si può ritirare e il bicchiere che si può sempre riempire, la settimana ci ha consegnato due forme dello stesso vizio: la fuga dalla responsabilità travestita da libertà. E una sola indicazione praticabile, che vale per la letteratura come per un consiglio comunale. Rispondere nel merito. Sempre nel merito, anche quando il merito è stato accuratamente rimosso dalla stanza. È lento, è poco spettacolare, non fa numeri. È l’unica cosa che al mattino dopo sia ancora in piedi.





