Il 14 ottobre, due giovani militanti di Just Stop Oil hanno gettato salsa di pomodoro sui Girasoli di Van Gogh, denunciando l’insensibilità generale per la crisi ambientale. Ma un fatto altrettanto significativo è successo in questi giorni: la corte inglese le ha incriminate, e ora rischiano cinque anni di carcere. Così la provocazione ha rivelato la sua vera sostanza: l’essere disposti a mettere in gioco sé stessi per un gesto, che proprio grazie alla punibilità penale diventa pienamente simbolico.

Non è successo solo a Londra. Questa settimana al Prado: mani incollate alle cornici delle due Majas di Goya, la vestida e la desnuda; mesi fa in Italia, agli Uffizi, La primavera di Botticelli, a Venezia, La tempesta di Giorgione; poi a L’Aia, La ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer. E puré di patate liquido contro un Monet a Postdam, dove il discorso fatto a muso duro dai militanti accucciati sotto il dipinto è stato fra i più incisivi. Ecco qualche stralcio: «Viviamo una catastrofe climatica, e a voi impaurisce la salsa di pomodori sui quadri. Io invece ho paura perché la scienza dice che nel 2050 non saremo in grado di dare da mangiare alle nostre famiglie. C’è bisogno di gettare purè su un quadro perché ascoltiate? Questo quadro non varrà più niente quando saremo costretti a farci la guerra per il cibo». Al di là del clamore mediatico che hanno suscitato, che cosa conferisce sostanza simbolica a queste azioni? Il fatto che siano perseguibili dai tribunali.

In Europa, nel 2018 proliferavano cortei di gruppi fascisti: sfilate, addobbi cerimoniali, gesti espliciti, parole d’ordine gridate in coro. Lo scrittore svizzero Jonas Lüscher e il filosofo austriaco Michael Zichy ebbero un’idea: organizziamo tante manifestazioni simultanee nelle città europee, dimostriamo che la democrazia è più forte, portiamo nelle strade cinque milioni di persone. A Berlino scesero in piazza in 250mila; in Italia qualche migliaio. Contattai Lüscher e Zichy, chiesi quanta gente aveva partecipato in tutto; mi risposero che non potevano calcolarlo, in ogni caso non cinque milioni.

Ciò che mi colpì fu che i due intellettuali avessero considerato quel numero, cinque milioni, come soglia minima per ottenere una consistenza significativa: segno che il peso politico di certe azioni simboliche collettive, come le manifestazioni, nella nostra epoca sta svaporando.

I media, almeno qui da noi, parlarono poco dei cortei promossi da Lüscher e Zichy. Eppure, sempre nel 2018, quotidiani, siti e notiziari italiani davano grande rilievo a minuscoli raduni di neofascisti: su un marciapiedi di Milano, e a un funerale in Sardegna. Prime pagine e servizi televisivi per qualche decina di braccia tese.

In mente mi si formò l’immagine di una bilancia. Sul piatto della democrazia, milioni di manifestanti. Sul piatto neofascista, poche decine. E, incredibilmente, la bilancia pesava di più da questa parte.

Perché bastava così poco per attirare l’attenzione? Perché le azioni neofasciste non consistevano solo in gesti provocatori, ma nella loro perseguibilità penale. La legge contro la ricostituzione del partito fascista persegue l’ideologia ma anche gli ornamenti esteriori, i gesti, le formule. Così facendo dà in mano agli estremisti di destra un’arma simbolica formidabile. Chi sfila con il braccio teso compie consapevolmente un reato. Nel fare ciò, non dice soltanto: «Sono fascista», ma soprattutto: «Nel mostrare pubblicamente che sono fascista dimostro di essere disposto a venire denunciato e condannato, pagando di persona per questi gesti che faccio sotto gli occhi di tutti».

CHE COS’È UN SIMBOLO

Un effetto perverso della legge è che fare il saluto romano fa sì che quel gesto riconquisti la sua pienezza di simbolo. Che cos’è, infatti, un simbolo? Un’unità fatta di materia e di spirito. Un oggetto tangibile connesso a un valore immateriale, reso fattivo dall’accordo dei viventi. Ne usiamo ancora tantissimi: monete e banconote, per esempio, sono simboli del valore economico.

I militanti che danneggiano i capolavori dell’arte dimostrano di essere disposti a pagare di persona per i loro gesti, rispondendone penalmente. È questa la parte sostanziale che dà forza simbolica alle loro azioni. Su un piatto della bilancia, le centinaia di manifestazioni ecologiste di Fridays for Future, che restano ineffettuali e non smuovono la sensibilità collettiva; sull’altro piatto, poche incursioni nei musei che fanno clamore sui media di tutto il pianeta.

In questi decenni il dissenso politico ha assunto forme inventive. Le incursioni a seno nudo delle Femen. I flash mob nelle strade, che però sono stati presto sfruttati dai pubblicitari e quindi “recuperati” dal sistema (secondo il meccanismo descritto da Guy Debord e i situazionisti). Le Sentinelle in Piedi: gruppi di cattolici in piazza, a leggere in silenzio libri devozionali. Si disponevano a tre metri uno dall’altro, perché la legge prevede che con quella distanza fra le persone non si tratta di manifestazione, quindi non serve un’autorizzazione. Più restrittiva è la legge, maggiore è il peso simbolico delle azioni pubbliche dissenzienti. In Iran basta indossare in maniera sciatta il velo per essere arrestate, torturate e uccise.

Se il parlamento non correggerà i limiti di assembramento del decreto governativo anti-rave, come effetto paradossale una legge simile ridarebbe consistenza simbolica alle manifestazioni. Non me lo auguro di certo; analizzo una possibilità.

IL RITORNO DELLO SCANDALO

Resta da aggiungere che i militanti ecologisti agiscono sfruttando un vecchio attrezzo artistico: lo scandalo. Suscitare scandali era la specialità dell’arte d’avanguardia del Novecento. Sconcertare i benpensanti, smascherare l’ipocrisia borghese attraverso l’infrazione di un tabù. Il meccanismo funzionava. Con il tempo, la forza dello scandalo si è esaurita. Un po’ per stanchezza ripetitiva. Un po’ perché lo scandalo risultava fine a sé stesso: sembrava avesse come unico scopo il farsi notare, lanciare una nuova corrente artistica, uno spettacolo, un film.

Il nostro artista scandaloso più recente, Maurizio Cattelan, ha portato alle conseguenze terminali quest’uso dello scandalo: che cos’è la banana attaccata alla parete con il nastro adesivo alla fiera d’arte di Miami del 2019, e venduta per 120mila dollari, se non l’epifania dello scandalo puro, tautologico, privo di qualunque contenuto che non sia lo scandalo stesso?

I militanti ecologisti riattivano lo scandalo proprio dove esso era morto: dentro il museo, il luogo in cui le opere d’arte hanno deposto ogni forza scandalosa. Il museo è l’entropia dello scandalo, una specie di fondale marino dove le opere d’arte calano sprofondando quietamente e giacciono dopo avere esaurito la loro forza di gravità scandalosa, la dirompenza estetica e morale che ebbero al loro apparire.

Per scandalizzare, però, questi militanti hanno dovuto scegliere come bersaglio non delle cose morte, ma dei simboli, cioè dei ricettacoli di energie vive. In quelle opere d’arte infatti convergono le proiezioni amorose di un’intera civiltà. Anche I girasoli e La primavera contengono una parte immateriale, l’amore che proiettiamo sulle immagini dipinte da Van Gogh, Botticelli e gli altri artisti del passato. Sono simboli anch’esse. Forse i militanti che hanno maltrattato quelle opere non hanno riflettuto abbastanza sul fatto che non aggrediscono soltanto «un dipinto», un oggetto inerte, ma un simbolo: assaltano anche la parte immateriale, che non è semplicemente il valore estetico certificato da un museo, ma il coinvolgimento interiore che sentiamo per quelle “cose”. Non si sono resi conto di avere imbrattato di salsa di pomodoro anche l’anima collettiva e il suo amore immateriale, il suo spirito vivente. E d’altronde, i militanti ecologisti avrebbero buon gioco a obiettare che, quando non ci saranno più corpi né anime vive sulla Terra, tutto questo nobile spirito amoroso svanirà.