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di Pierluigi Piccini
C’è una domanda che l’enciclica di Leone XIV — almeno nella prospettiva che Avvenire anticipa — non pone, o non pone ancora con la radicalità necessaria. Non è la domanda sull’umano, non è la domanda sulla simulazione, non è nemmeno la domanda sull’etica dell’algoritmo. È una domanda più antica, più scomoda, più politica: chi possiede l’infrastruttura del pensiero collettivo?
Perché di questo si tratta. L’intelligenza artificiale non è uno strumento neutro che amplifica capacità umane preesistenti, come il microscopio amplifica la vista o il martello amplifica il braccio. È qualcosa di strutturalmente diverso: è un sistema che apprende dai comportamenti umani aggregati, li modella, li restituisce trasformati, e in questo processo accumula un potere di orientamento sulla realtà collettiva che non ha precedenti nella storia della tecnica. Chi controlla quel sistema non controlla solo un mercato. Controlla la forma del pensiero disponibile.
Oggi quel controllo è nelle mani di quattro o cinque soggetti privati. Non è una anomalia, non è un abuso: è la conseguenza logica di aver lasciato che la più strategica delle infrastrutture contemporanee si sviluppasse interamente dentro la logica dell’accumulazione privata. Abbiamo discusso per decenni se l’acqua fosse un bene comune. Non abbiamo ancora cominciato seriamente a discutere se lo sia il calcolo. E la ragione di questo silenzio ha un nome preciso: è il fallimento politico della sinistra europea.
La sinistra — quella italiana in modo particolare — ha abbandonato negli anni Novanta la categoria di proprietà come categoria politica centrale. L’ha sostituita con la categoria di regolazione. Invece di chiedersi chi possiede l’infrastruttura del calcolo, si chiede come regolarne gli abusi. È una resa travestita da pragmatismo. Accetti la struttura proprietaria come dato e poi cerchi di limitarne i danni. Ma chi regola insegue sempre chi possiede, e chi possiede determina le regole del gioco prima che il regolatore arrivi.
Il paradosso è che gli strumenti per porre la domanda esisterebbero, e sono strumenti della propria tradizione: la critica dell’accumulazione, la teoria dei beni comuni, la distinzione tra valore d’uso e valore di scambio. Ma sono stati dismessi come residui ideologici incompatibili con la modernizzazione. Quella dismissione ha prodotto esattamente ciò che vediamo: una sinistra che gestisce il capitalismo digitale invece di interrogarne le fondamenta. Che negozia con i giganti tecnologici invece di contestarne la ragione sociale. Che propone tasse sugli extraprofitti invece di chiedere chi ha deciso che quei profitti spettassero a loro.
Il capitalismo ha sempre avuto bisogno di una frontiera. Nel Settecento era la terra. Nell’Ottocento era il lavoro. Nel Novecento era l’attenzione — la pubblicità, i media, lo spettacolo. Nel ventunesimo secolo la frontiera è l’esperienza vissuta nella sua interezza: ogni gesto, ogni preferenza, ogni esitazione davanti a uno schermo diventa materia prima di estrazione. Zuboff lo ha chiamato capitalismo della sorveglianza, e la definizione regge. Ma c’è un passaggio che anche Zuboff non sviluppa abbastanza: il fatto che questa estrazione ha bisogno di un corpo fisico, di un luogo, di un territorio. Ha bisogno di energia, di acqua per il raffreddamento, di suolo su cui costruire. Ha bisogno, in una parola, di ciò che appartiene a tutti.
È qui che il soggetto pubblico ha una carta da giocare. Non per nostalgia statalista, non per ideologia, ma per una ragione strutturale: perché possiede — o dovrebbe possedere — esattamente ciò di cui l’infrastruttura del calcolo ha bisogno per esistere. Il suolo nelle aree di insediamento. La rete di relazioni con le comunità locali. Se l’intelligenza artificiale ha un corpo, e quel corpo ha bisogno di un luogo, allora i luoghi hanno titolo a pretendere una partecipazione alla governance di ciò che li abita.
Non è una proposta astratta. In Francia il concetto di entreprise à mission è entrato nel diritto societario: un’impresa che incorpora nella propria ragione sociale una finalità che va oltre il profitto. In Italia la società benefit esiste dal 2016, poco usata ma esistente. Gli strumenti giuridici per costruire soggetti che non siano né puramente pubblici né puramente privati esistono. Ciò che manca non è il diritto: è la volontà politica di applicarlo alla frontiera più avanzata del capitalismo contemporaneo. E quella volontà politica manca perché chi dovrebbe esercitarla ha smesso di porsi la domanda sulla proprietà venticinque anni fa e non l’ha più ripresa.
Un comune, una regione, un consorzio di enti locali che detiene una quota di partecipazione in un’infrastruttura tecnologica alimentata da risorse del territorio non sta esercitando un potere burocratico: sta esercitando una forma di sovranità. Sta dicendo che il valore generato da quel territorio — la storia di quella comunità, la competenza accumulata nei decenni — non può essere estratto e portato altrove senza restituzione. Sta dicendo che la ragione sociale di un’infrastruttura strategica non può coincidere con la massimizzazione del rendimento per gli azionisti.
Questa è la carta che il pubblico può giocare. Non la nazionalizzazione — categoria novecentesca che non si applica a un settore che per sua natura è globale e distribuito. Non la regolazione dall’esterno — necessaria ma insufficiente, perché chi regola insegue sempre chi innova. Ma la partecipazione diretta: il soggetto pubblico che entra nella struttura proprietaria dell’infrastruttura, che siede nei consigli di amministrazione, che orienta le scelte strategiche dall’interno.
È quello che l’Italia ha fatto con l’energia nel dopoguerra, quando ha deciso che certe risorse erano troppo strategiche per essere lasciate interamente al mercato. Quella stagione ha avuto i suoi limiti, le sue degenerazioni, le sue inefficienze. Ma ha anche prodotto una rete energetica nazionale, una competenza industriale, una capacità di orientamento strategico che oggi non abbiamo più. Ci troviamo a fronteggiare una concentrazione di potere — molto più pervasiva di quella energetica, perché non si impadronisce solo delle reti ma dei modelli cognitivi — senza gli strumenti politici per affrontarla. E senza nemmeno la consapevolezza collettiva che si tratti di un problema di potere, prima ancora che di tecnologia.
L’enciclica di Leone XIV, se vorrà essere all’altezza della sfida, non potrà fermarsi alla rifondazione antropologica. Dovrà scendere fino alla domanda di governance. Dovrà dire non solo che l’umano non si riduce alla simulazione, ma che le infrastrutture della simulazione non possono essere proprietà esclusiva di chi le ha costruite per prime. La dottrina sociale della Chiesa ha già compiuto questo salto in altri ambiti — sulla terra, sull’acqua, sul lavoro. Non sarebbe incoerente compierlo anche qui. Anzi: sarebbe l’unico modo per rendere quella rifondazione antropologica qualcosa di più di un documento nobile e impotente.
La sinistra non si pone la domanda. La Chiesa potrebbe porsela. È una delle ironie più istruttive del nostro tempo.
Il calcolo è un bene comune. O impariamo a trattarlo come tale, o scopriremo troppo tardi che abbiamo ceduto la sovranità sul pensiero collettivo senza nemmeno accorgercene.





