
Il mondo che si riarma e il diplomatico che minaccia
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C’è qualcosa di sintomatico nel fatto che l’Italia arrivi alla vigilia di un importante voto amministrativo con tre notizie che si sovrappongono senza dialogo tra loro: i numeri dell’economia che peggiorano, una crisi diplomatica internazionale che per una volta vede il governo italiano giocare un ruolo attivo, e la morte di uno degli intellettuali italiani più originali del secondo Novecento. Tre storie, tre Italie che faticano a parlarsi.
Cominciamo dai numeri, perché i numeri non mentono anche quando fanno male. La Commissione europea ha pubblicato le previsioni economiche di primavera e per l’Italia il responso è chiaro: crescita del PIL rivista al ribasso dallo 0,8 allo 0,5 per cento per il 2026, e allo 0,6 per il 2027 — peggio di tutti i partner europei. La causa immediata è lo shock energetico prodotto dal conflitto in Medio Oriente, che ha riacceso l’inflazione portandola al 3,2 per cento per quest’anno. Il debito pubblico si attesta al 138,5 per cento del PIL — secondo valore più alto dell’Unione dopo la Grecia — e il sogno del governo di avere margini espansivi nell’ultimo anno di legislatura, in vista delle politiche del 2027, si assottiglia ulteriormente. C’è una piccola buona notizia: il deficit scende sotto la soglia del 3 per cento, al 2,9. Meloni incasserà questo dato come una vittoria, e formalmente lo è. Ma vincere il confronto sul deficit mentre si perde su crescita, inflazione e debito ricorda la storia di chi tiene la casa in ordine mentre il tetto va a fuoco.
Sul fronte internazionale, questa settimana il governo ha fatto qualcosa di insolito per la sua storia diplomatica: ha alzato la voce contro Israele. La Global Sumud Flotilla — le imbarcazioni di attivisti diretti a Gaza intercettate dalla marina israeliana a 120 miglia nautiche dalla costa, con a bordo ventinove cittadini italiani — ha prodotto un’escalation istituzionale rapida e rara. Il video pubblicato dal ministro israeliano Ben Gvir, in cui sfilava compiaciuto tra centinaia di attivisti bendati e in ginocchio nel porto di Ashdod, ha attraversato la soglia della tollerabilità anche per chi finora aveva guardato al conflitto con un occhio di riguardo verso Tel Aviv. Tajani ha formalmente chiesto all’Alto Rappresentante Kallas di inserire nell’agenda del prossimo Consiglio dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni individuali contro Ben Gvir. Mattarella ha parlato di “trattamento incivile” e di gesto “infimo”. Crosetto ha usato toni analoghi. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo — con l’ipotesi di sequestro di persona, e forse presto anche di violenza sessuale, stando alle testimonianze raccolte. Gli attivisti italiani sono rientrati nella notte, con voli da Istanbul. L’Italia ha scelto, almeno per questa settimana, di non restare spettatrice.
Quanto durerà questa posizione, è un’altra questione. Il governo Meloni ha sempre navigato la crisi di Gaza cercando di non scontentare nessuno: abbastanza critico da non sembrare complice, abbastanza cauto da non rompere con Netanyahu. Ben Gvir, peraltro, è già politicamente isolato anche all’interno del suo stesso governo — il ministro degli Esteri Sa’ar lo ha attaccato duramente, Netanyahu ha preso le distanze. La possibilità che le sanzioni europee vengano effettivamente adottate rimane incerta, ma il gesto di Tajani è già un fatto politico in sé, indipendentemente dall’esito.
Nel frattempo l’Italia va a dormire la notte prima di un voto che conta. Domenica e lunedì si vota in circa novecento comuni, tra cui capoluoghi come Venezia, Reggio Calabria, Prato, Salerno, Arezzo, Messina. È il primo appuntamento elettorale rilevante dopo il referendum sulla giustizia, che si è concluso con una sconfitta per la maggioranza. A Venezia, dove la campagna si chiude questa sera con Crosetto a Mestre per il centrodestra e Schlein in piazza Ferretto per il centrosinistra, i sondaggi danno in vantaggio il candidato progressista Martella, ma senza certezze di vittoria al primo turno. A Prato il centrosinistra paga lo scotto delle dimissioni della sindaca uscente per un’indagine di corruzione. A Reggio Calabria la partita è aperta. Sono voti locali, come sempre si dice, ma le segreterie nazionali guardano i risultati con attenzione millimetrica: il 2027 non è lontano, e la geometria del consenso si ridisegna una tessera alla volta.
Poi c’è la notizia con cui si chiude questa giornata in modo più malinconico. Nella tarda serata di ieri è morto Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, a settantasei anni, nella sua casa di Bra. Era malato da tempo. “Chi semina utopia, raccoglie realtà”, amava dire. Era la frase giusta per un uomo che aveva trasformato una provocazione culturale — il cibo lento contro il fast food, la biodiversità contro l’omologazione, il piacere come diritto universale — in un movimento internazionale riconosciuto dall’ONU e presente in oltre centocinquanta paesi. Aveva fondato Slow Food nel 1986, quando ancora si chiamava Arcigola e usciva come supplemento gastronomico del manifesto. Aveva costruito Terra Madre, l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, le Comunità Laudato sì. Il Time lo aveva chiamato “eroe europeo”, il Guardian lo aveva inserito tra le cinquanta persone che potevano salvare il mondo.
Petrini era una figura che in Italia non siamo stati capaci di valorizzare fino in fondo: troppo radicale per essere celebrato senza imbarazzo dall’establishment, troppo popolare per essere ignorato. Aveva capito prima di quasi tutti che la questione alimentare era una questione politica, che il cibo è l’interfaccia più diretta tra economia, ecologia e cultura. In un giorno in cui l’Europa taglia le stime di crescita italiana perché dipende ancora troppo dai combustibili fossili, e in cui un ministro israeliano fa sfilare attivisti in ginocchio davanti alle telecamere, la morte di un uomo che aveva costruito la propria vita intorno all’idea che il bello, il buono e il giusto possano coincidere ha il sapore di qualcosa che va oltre il lutto personale.
È forse questo il filo che attraversa questa giornata italiana: un paese che guarda ai numeri che non crescono, che trova la voce su un caso che l’ha colpita nel vivo, che si prepara a votare senza troppo entusiasmo, e che saluta un pensatore che aveva immaginato un’altra possibilità. Non è poco. Non è abbastanza.





