Festival di Rotterdam tre anni dopo. Lo avevamo «salutato» nel 2020, del Covid già si parlava anche se sembrava ancora qualcosa di remoto, una minaccia lontana che ci avrebbe riguardato poco. Però quell’anno il quartiere cinese della città olandese più modernista – oggi in continua e accelerata espansione – era stranamente chiuso e silenzioso, nessun festeggiamento per il Capodanno, nessuna luce, i negozi e i piccoli take-away non sfornavano dolci come sempre tenendo invece la saracinesca abbassata. Quel che è successo poi lo sappiamo, e questo festival di tutti quelli internazionali di una certa grandezza è stato forse tra i più colpiti, saltando ben due edizioni – o meglio una è stata realizzata interamente in streaming, lo scorso anno invece ci sono stati eventi in presenza per il pubblico locale, l’Olanda era ancora chiusa con moltissime restrizioni.

LA REDAZIONE CONSIGLIA:

Ulrich Seidl: «La mia Rimini d’inverno è una canzone di Richie Bravo»ECCOCI dunque in questa 52a edizione che in qualche modo è anche la prima per la direttrice Vanja Kaludjercic, nominata nel 2019 e in carica dal febbraio 2020, che appunto si è trovata a gestire un passaggio critico per la sua manifestazione e per il cinema globale, che ha segnato cambiamenti importanti nelle abitudini del pubblico e soprattutto nel sistema dell’industria. Nel primo caso però l’audience locale sembra contraddire le statistiche, le sale sono sempre pienissime dalla mattina – capitano sold out alle 11.00 – e non con talent da «red carpet» ma al contrario per film indipendenti, di autrici e autori per nulla noti. Secondo il CinemaArt ha ritrovato la sua energia dando appuntamento all’Industry compresi i festival internazionali.
Tutto bene perciò? Difficile dirlo perché il festival – rinnovato interamente nel gruppo di lavoro, e non senza polemiche sul fatto che molte persone sono state «congedate», alcune in particolare dopo tanti anni, argomento complesso anche se è vero che una direzione artistica ha il diritto di scegliere con chi lavorare – ha mantenuto e persino ampliato quel «gigantismo» che lo caratterizza ormai da tempo con un programma di centinaia di titoli (il catalogo conta circa 400 pagine in corpo piccolo) che spaziano un po’ tra tutto, prime mondiali, titoli da altri festival – ci sono Nostalgia di Martone e I morti rimangono con la bocca aperta per fare un esempio, Ferraro peraltro è un regista caro a Rotterdam – opere sperimentali, film del passato, focus vari.

Ulrich Seidl

Non avevo mai pensato di affrontare il tema della pedofilia, poi ho letto una storia di abusi in Romania, e così ho deciso di scrivere la vicenda di EwaldQuantità come si dice non si accorda sempre a qualità (vale specie per i film del concorso lungometraggi purtroppo, forse la sezione meno solida) pure nell’idea di costruire un festival «post modernamente» espanso, che salta i canoni tradizionali – concorso fuori concorso ecc – per offrire al suo pubblico la possibilità di crearsi il proprio festival, forse per ciascuno diverso secondo le mappe che sceglie di tracciare nei propri itinerari, intrecciate alla geografia urbana delle sale e degli spazi di fruizione sparsi un po’ ovunque. Potrebbe essere, anzi è una scommessa interessante che non esclude tuttavia l’impressione di una debolezza nelle scelte, nell’affermazione di un progetto aperto ma che necessita delle direzioni un po’ più chiare.

NELLA SEZIONE Harbour – un porto accogliente per i film e assai grande, richiamo a quello di Rotterdam, in cui ci sono tra gli altri Fogo Fatuo di Rodrigues e Esterno notte di Bellocchio – ha trovato approdo Wicked Games Rimini Sparta, di Ulrich Seidl, una nuova versione, che corrisponde a quella originariamente pensata dal regista, dei suoi ultimi film, Rimini e Sparta, le storie di due fratelli austriaci fuggiti nel mondo tra ossessioni, sogni di celebrità, fantasmi, fallimenti, lati oscuri. Di Rimini sappiamo – è uscito anche nelle nostre sale dopo l’anteprima alla scorsa Berlinale – che il protagonista è Richie Bravo, interpretato da Michael Thomas, cantante che dal paesello dell’Austria è approdato nella città balneare meta prediletta del turismo tedesco; voleva essere una star, si ritrova col corpo cadente di alcol e disordine in una villa dalle aspirazioni hollywoodiane ormai fatiscente, e con qualche serata in cui indossa i suoi abiti luccicanti, per le comitive di anziane signore teutoniche. Lì è ancora – o forse per l’unica volta – un idolo: le donne lo adorano, insieme a qualcuna fa sesso per soldi, e con grazia dedica loro le sue strofe d’amore. Però oltre al passato famigliare – padre in una Rsa e madre appena sepolta – chiuso nella cantinetta della casa dei genitori, c’è anche quello di una figlia mai vista che esige ora ciò che le spetta: soldi più che carezze. Intorno Rimini d’inverno, la neve – che Seidl aveva atteso tanto da fermare il set – un paesaggio di nebbia e di presenze di migranti ovunque in strada, di incontri sporadici, di inquietante tristezza.
Di Sparta invece, che segue Ewald, l’altro fratello, prima delle immagini è arrivata la polemica, un film «maledetto» messo sotto processo, al punto da essere de-programmato in molti dei festival che lo avevano invitato, a cominciare da quello di Toronto. Perché? Tutto è cominciato con un articolo del giornale tedesco «Der Spiegel» che accusava Seidl di maltrattamenti sul set nei confronti dei giovani attori non professionisti tra i 9 e i 16 anni, e soprattutto di non aver comunicato chiaramente a loro e alle famiglie il tema del film, la pedofilia, e di non avergli dato un supporto psicologico per affrontarlo. Ma è davvero di pedofilia che parla Sparta? Diciamo che così si possono definire i fantasmi di Ewald, ma nel cinema di Seidl la superficie è sempre stratificata. L’uomo vive in Romania con una giovane donna, i due però si lasciano, lei coltiva aspirazioni di matrimonio, lui non le condivide, e peggio ancora evita di fare sesso. Non la vuole mai nonostante le messinscene che lei inventa per sedurlo. Le sua apatia si risveglia solo davanti ai ragazzini, gli piace giocare con loro, come se avesse ancora dieci anni, stargli vicino, un po’ morbosamente, e quando qualcosa di ineffabile lo sconvolge fugge nel tormento. È questione di desiderio, di limiti inaccessibili, di dolore, su questo lavora Seidl, almeno in Wicked Games. Come sia Sparta – il film «indipendente» non lo sappiamo, perché Wicked Games è un altro film, anche le immagini di Rimini assumono un altro senso e un diverso peso nella narrazione in parallelo di queste esistenze segnate da un trauma senza giustificazioni. Qui Richie Bravo, che nel tempo dilatato della versione «singola» ha sfumature a volte empatiche, appare più crudo, cinico nella sua sconfitta, nell’adulazione verso le «sue» donne che pagano per sentirsi ancora un attimo desiderate.Le vite dei fratelli scorrono lontane eppure con legami sotterranei che le rispecchiano, entrambi chiusi in fortezze di assurdità e rimozioni, da Rimini all’Est EuropaE Ewald? A quanto dice Seidl non c’è differenza: «Ewald è un uomo prigioniero di se stesso. Sogna una vita felice, di fare parte di una comunità sapendo che è impossibile, il suo dolore non ha una cura, non può essere aiutato» ha spiegato nel Q&A dopo il film. Il «caso» creato intorno al film, che le inchieste dell’Austrian Film Commission hanno smontato, è per il regista «una montatura mediatica». Spiega: «Mi hanno dipinto come l’uomo bianco che va a sfruttare i bambini poveri nell’Europa dell’est. Non è certo questo il mio modo di lavorare. Abbiamo girato il film in un periodo molto lungo, dall’inverno all’estate, in diverse riprese; se qualcuno si fosse sentito a disagio o avesse avuto dei problemi sarebbe andato via o lo avrebbe dichiarato. Quando ho mostrato il film alle famiglie e ai bambini nessuno lo ha criticato. Non avevo mai pensato di affrontare il tema della pedofilia, poi ho letto una storia di abusi in Romania, un paese che conosco bene, e così ho deciso di scrivere la vicenda di Ewald a partire da quegli eventi».

«WICKED GAMES» è come tutti i lavori di Seidl un film sui rimossi e sui fantasmi, sulle violenze della storia e su quelle private che si intrecciano nelle esperienze sociali degli individui senza per questo perdonarle. Chi è Ewald (Georg Friedrich)? Qualcuno che non cresce, che è intrappolato in una infanzia brutale – proprio come suo fratello che riporta il suo primo orgasmo alla madre. In Romania Ewald acquista una vecchia scuola, mette insieme un gruppo di ragazzini figli di contadini, presentandosi come un maestro di judo. Nel passare dei mesi costruisce insieme a loro una fortezza, la chiama «Sparta» – quasi immaginando una comunità altra rispetto al mondo; ai ragazzini fa interpretare figure mitologiche, li educa alla lotta ma non brutale, li fotografa, in particolare uno tra loro lo attrae, è il suo favorito. Il confine è sottile, il ragazzino a sua volta lo cerca perché quell’universo sempre al limite è un’alternativa all’aggressività domestica, al machismo del padre che non sopporta la gentilezza troppo «femminile» nel figlio – un terreno complicato e pieno di insidie nel bacchetonesimo odierno. Dall’inverno all’estate le vite dei fratelli scorrono lontane eppure con legami sotterranei che le rispecchiano, entrambi chiusi in fortezze di assurdità e rimozioni, distrutte dall’esterno: per uno l’irruzione della realtà di oggi, i migranti, per l’altro la furia dei genitori in cui Ewald vede quella del padre nazista, al quale l’Alzheimer la lasciato in testa i motivetti hitleriani. Un po’ come l’immagine dell’Austria innocente rispetto alla sua adesione al nazismo, di quei figli che hanno ignorato elaborando in nuova violenza i loro vissuti.
C’è qualcosa di disturbante, certo, e in entrambi ma il «disturbo» che l’immaginario odierno cerca di cancellare è parte del nostro tempo, anzi di ogni tempo, e della nostra percezione: non ci sono scene di sesso coi bambini in Sparta e il profilo dell’uomo non è dato in termini di «mostro»; è qualcosa di ancora più turbativo, perciò, non catartico, che spiazza la nostra esperienza. Nel paesaggio emozionale dei due fratelli si spalanca la vertigine di una desolazione, un essere davanti al quale Seidl ci porta senza retorica né compiacimento, con uno stile asciutto che non cerca di dare risposte.