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Fonte: intervento di Paolo Giordano a Che Tempo Che Fa, 23 febbraio 2026
«Ho scelto un tema della settimana che non è il tema della settimana». Così Paolo Giordano ha aperto il suo intervento televisivo del 23 febbraio. Non il fatto politico dominante, non la polemica che occupa le prime pagine, ma una fotografia: uno dei quindici corpi senza vita restituiti dal mare sulle coste della Calabria e della Sicilia negli ultimi giorni.
Sono persone che hanno tentato di attraversare il Mediterraneo durante il ciclone Harry, in condizioni estreme. Si è parlato di un possibile naufragio con numeri altissimi. Le stime sono incerte: alcune parlano di circa 380 persone partite, altre arrivano a cifre molto più elevate. In mare aperto i numeri sono sempre fragili. Ma ciò che non è fragile è la realtà dei corpi.
Giordano non si ferma alla cronaca. Quei corpi, arrivati in stato tale da renderne difficile l’identificazione, diventano il simbolo di qualcosa di più profondo: l’oblio che avvolge da oltre dieci anni la tragedia del Mediterraneo. Una crisi permanente, che scivola dentro la nostra percezione pubblica come una marea. A volte si ritira, scompare dai titoli; poi torna, improvvisa, a ricordarci ciò che abbiamo rimosso.
Nel racconto emerge anche il dialogo con uno dei responsabili delle operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. Un’immagine colpisce: il ciclone avrebbe “avvicinato le nostre coste a quelle del Nord Africa”. Per una volta, ciò che normalmente resta lontano — barche vuote, storie senza nome, vite di cui non si saprà il destino — è arrivato fin qui. Non più un’ipotesi astratta, ma una presenza concreta.
Giordano richiama poi il video inviato dalle famiglie di molte delle persone partite da Sfax, che si rivolgono al governo italiano chiedendo di identificare i corpi. La richiesta è semplice, essenziale: dare un nome, permettere una sepoltura. È il primo atto di ogni civiltà. Riconoscere i propri morti significa riconoscere la loro umanità.
Forse, osserva, non sarà lo Stato a compiere questo lavoro. Saranno le ONG, con pazienza e ostinazione, nonostante ostacoli continui, a restituire dignità a quei corpi.
Non è un tema “della settimana”. È una ferita che attraversa da anni il Mediterraneo e l’Europa. E ogni volta che il mare restituisce un corpo, non ci consegna solo una tragedia: ci pone una domanda. Chi siamo, di fronte a quei morti? E quanto siamo disposti a vedere?





