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di Pierluigi Piccini
Nel Settecento, sulle pendici del Monte Amiata, un architetto di Chianciano trasformò l’acqua in materia artistica. Si chiamava Leonardo Massimiliano De Vegni (1731–1801). La sua invenzione — la «plastica dei tartari» — godette di fama europea e raggiunse le Americhe. Eppure oggi quasi nessuno la conosce.
Tutto nasce da una proprietà fisica delle acque di Bagni San Filippo: ricchissime di carbonato di calcio, solidificano depositando concrezioni calcaree bianchissime — i «tartari» — su qualunque superficie le attraversi. De Vegni aveva osservato il fenomeno da bambino. Ma ci volle la morte del padre, nel 1757, perché potesse dedicarsi a ciò che lo interessava: non la legge, per cui si era laureato controvoglia, bensì le scienze, il disegno, l’architettura.
In pochi giorni ai Bagni mise a punto la tecnica. Si esponevano stampi in negativo non direttamente sotto il getto d’acqua ma di lato, in modo che i depositi calcarei vi si sedimentassero riproducendo ogni dettaglio. Agendo su angolatura, distanza e sostanze coloranti, si governavano consistenza, durezza e colore del pezzo. Lo scalpello diventava inutile: era l’acqua stessa a scolpire.
Nel 1761 pubblicò a Bologna la Descrizione del Casale, e Bagni di San Filippo, prima descrizione a stampa della scoperta. Nel 1766 aprì una vera fabbrica in società con Girolamo Gherardini. L’impresa godette di privilegi granducali e nel 1769 ricevette la visita di Pietro Leopoldo. Nel 1788 De Vegni presentò all’Accademia dei Fisiocritici una «Memoria sulla plastica de’ Tartari», pubblicata però solo nel 1808, sette anni dopo la sua morte.
I prodotti erano bassorilievi, cammei, medaglioni, ritratti: oggetti candidi e duri come marmo. Fra i conservati, due bassorilievi ovali nell’ingresso delle Terme — uno ritrae De Vegni con la leva di Archimede e la scritta Dic ubi consistam, del 1777 — e il rilievo sulla Porta al Sole di Chianciano. Sei grandi pezzi sulla palazzina della Meridiana a Firenze sono andati perduti. Il saggio di Mazzoni (2022) documenta repliche della tecnica in Francia e cammei di Franklin circolati nelle Americhe.
De Vegni applicò la stessa logica all’architettura: muri a secco di roccia tartarosa cementati dall’acqua stessa, senza malta. E all’agricoltura: terrazzamenti i cui muretti, cementati in poche settimane dall’acqua stagnante, creavano terreni fertili. È a questa pratica che si deve in buona parte il paesaggio attuale di Bagni San Filippo: orti, terrazzi, il profilo stesso del borgo. Un paesaggio costruito dall’acqua, su progetto di un uomo.
C’è un filo che lega questa storia all’altro versante del Monte Amiata. Mentre De Vegni lavorava ai Bagni, sul versante sud-orientale della stessa montagna i marchesi Bourbon del Monte erano ancora i feudatari di Piancastagnaio: Ferdinando I de’ Medici aveva concesso loro il borgo in feudo nel 1601, e la signoria durò fino all’abolizione del feudalesimo lorenese, nel 1776. Il loro segno più vistoso nel paese era un sistema idraulico elaborato — peschiere, giochi d’acqua, vasche in pietra nei giardini del palazzo — alimentato da sorgenti sotterranee attraverso cunicoli scavati nel sottosuolo del borgo. Due signorie dello stesso vulcano spento, con la stessa materia: l’acqua come risorsa da governare e da esibire. I Bourbon la piegavano al potere; De Vegni all’arte.
Quel che rimane è poco. La grotta con stalattiti — resto del mulino da grano costruito con la tecnica dei tartari — fu demolita negli anni Sessanta per fare spazio alla piscina dello stabilimento termale. Sopravvivono i due bassorilievi dell’albergo, il rilievo di Chianciano, l’apparecchiatura muraria di qualche vecchia casa. E il Fosso Bianco, che continua a depositare il suo calcare bianco: la stessa materia con cui De Vegni aveva costruito, due secoli e mezzo fa, una piccola industria d’arte a quota cinquecento metri sull’Amiata.
Fonte: Mazzoni, La fabbrica dei cammei. Leonardo de’ Vegni (1731–1801), 2022.





