
Verso la nomina di Fabrizio Palermo
26 Marzo 2026
UN PRECIPITARE DI EVENTI CHE SUONA COME UNA RESA DEI CONTI INCROCIATA
26 Marzo 2026
La scuola è diventata sempre più un luogo di scontri e conflitti: tra studenti, tra questi e gli insegnanti, tra questi ultimi e i genitori. Non deve sorprendere, perché è diventata nel bene e nel male quasi l’unico spazio in cui si incontrano e confrontano non solo ceti sociali diversi e spesso fortemente diseguali, ma stili di vita, di educazione familiare, vissuti della propria collocazione nel mondo anche molto differenti, che non possono essere ordinati e censurati in una facile e comoda gerarchia data per scontata. Confronti che possono produrre depressione, ansia, ritiro in se stessi, o invece rabbia, aggressività, sopraffazione. Richiederebbero di essere presi in conto, aiutati a essere elaborati, anche contestati. E invece rimangono per lo più sottotraccia, salvo esplodere, talvolta in modo drammatico come violenza su di sé o su altri. Non si può chiedere alla scuola, agli insegnanti, di farsi carico delle ingiustizie e delle deprivazioni materiali, relazionali ed emotive che segnano molti dei loro studenti e studentesse, anche perché nulla nella loro preparazione all’insegnamento li ha attrezzati a questo compito. Si può tuttavia chiedere loro maggiore attenzione, ascolto delle persone che hanno davanti, che non sono solo studenti da istruire e valutare. E anche una disponibilità a chiedere aiuto. Un aiuto che tuttavia deve essere a sua volta effettivamente accessibile e disponibile. Troppo spesso, invece, i genitori fanno resistenza a ogni allusione a qualche problematicità nel comportamento dei figli. E i servizi sociali, oberati dal lavoro, spesso non rispondono, o non con sufficiente tempestività. Il risultato è che, mentre chi si ritira in se stesso, ma non disturba, viene lasciato andare alla deriva, chi disturba, o si comporta in modo non appropriato, o violento, viene allontanato, sospeso, spesso più o meno esplicitamente incoraggiato a lasciare la scuola, senza tuttavia lavorare sui meccanismi che hanno portato a questa situazione.
Sarebbe necessario costruire attorno alle scuole una rete collaborativa di istituzioni pubbliche e di terzo settore che cooperasse in modo integrato e sistematico, non solo per arricchire il curriculum formativo, ma per costruire un ambiente che sostenga la scuola e la famiglia nei loro compiti educativi e insieme offra a bambine/i e adolescenti spazi e relazioni in cui potersi esprimere senza essere immediatamente giudicati, in cui poter elaborare i propri vissuti, guardare le cose da prospettive diverse, sviluppare rapporti di fiducia. Una rete che non funzioni solo nelle emergenze, quando non si sa più che fare.
Questa invece sembra essere la prospettiva adottata dal Ministero dell’Istruzione e del Merito nella revisione dello statuto degli studenti e studentesse effettuata il novembre scorso. Là dove parla della procedura delle sospensioni, introduce un’importante e in linea di principio positiva novità: studenti e studentesse sospesi continuano a essere una responsabilità della scuola anche nel periodo di sospensione dalle lezioni.
Quindi non possono semplicemente essere lasciati a casa, ma devono essere inseriti in una attività educativa, a scuola, con la supervisione di un insegnante se la sospensione è solo per uno-due giorni, o in “attività di cittadinanza attiva o solidale” presso un’associazione di Terzo settore iscritta a un albo apposito se la sospensione è di durata superiore.
In mancanza di disponibilità da parte di associazioni, sarà la scuola a dover organizzare queste attività, anche se non si capisce come. Come richiesto dal Ministero, gli uffici scolastici regionali hanno emesso bandi invitando le associazioni con i requisiti richiesti a chiedere l’iscrizione, appunto agli albi regionali. Bandi che per lo più sono andati a vuoto, o hanno ricevuto pochissime domande di iscrizione, soprattutto nelle grandi città. Con il risultato che in alcuni casi, anche le associazioni che si erano rese disponibili, sopraffatte da richieste provenienti da ogni dove e da scuole con cui non hanno mai avuto alcun rapporto, hanno dato forfait, chiedendo di rivedere l’intera procedura.
A prima vista, questa mancanza di adesioni è sorprendente, dato che molte associazioni avevano e hanno esperienza di collaborazione con le scuole e anche, fino all’obbligo dell’istituzione dell’albo, accoglievano da quelle scuole studenti temporaneamente sospesi. Proprio questo è il punto cruciale, più ancora di una inadeguata informazione sulla necessità di attivare questa procedura. La nuova normativa da un lato non mette a disposizione né delle scuole, né del terzo settore, le risorse aggiuntive che sarebbero necessarie per avere persone dedicate a seguire studenti e studentesse in vario modo “difficili”.
Dall’altro lato non formula la richiesta di collaborazione alle associazioni come un elemento, certo non il più importante, di una comunità educante articolata in vari soggetti e luoghi che cooperano tra loro non in modo puramente emergenziale, bensì, appunto, solo come il terminale esecutivo di decisioni e logiche altrui. È questa assenza di un’idea di cooperazione educativa non puramente strumentale che hanno rifiutato le associazioni che non hanno chiesto di iscriversi all’albo, chiedendo invece, come è avvenuto ad esempio in Piemonte, un incontro preliminare con l’ufficio regionale e i dirigenti scolastici per ragionare assieme su come quella dell’albo potrebbe diventare un’occasione per avviare in modo più sistematico la costruzione di comunità educanti che non possono che essere locali, comprendere anche i servizi sociali e sanitari, e dove tutti i soggetti sono su un piano di parità. In assenza di questo, le scuole si troveranno più sole di prima ad affrontare gli studenti “difficili”.
Aggiungo che formulare le attività di cittadinanza attiva e solidale come una punizione e non come parte normale del vivere associato non favorisce la maturazione di uno spirito civico.





