
Il giorno dopo
27 Marzo 2026di Pierluigi Piccini
C’è un dato che vale più di tutti i commenti post-referendum: tra i 18 e i 34 anni il No ha raccolto il 61,1% dei consensi, contro il 38,9% del Sì. Uno scarto che racconta molto più di una preferenza su una riforma della magistratura. E c’è una filosofa, Rosi Braidotti, che a Otto e Mezzo ha provato a dire cosa racconta davvero.
Braidotti non ha fatto politologia. Ha fatto filosofia. Ha chiamato questi giovani “generazione planetaria”: una soggettività che non si riconosce nelle fratture del Novecento — destra/sinistra, garantiti/precari, italiani/stranieri — perché abita un mondo in cui quelle categorie non esauriscono più la realtà. È una generazione ecologica nel senso più profondo: non nel senso del partito verde o della tessera ambientalista, ma di chi percepisce se stesso come nodo di una rete di interdipendenze — con gli altri umani, con le altre specie, con il pianeta. Una generazione che rifiuta le discriminazioni in tutti i sensi: di genere, di origine, di specie. E che rifiuta la guerra.
Questo è il punto che la lettura puramente domestica del voto non vede. Siamo in un momento in cui l’Europa si riarma a ritmo accelerato, in cui i governi chiedono ai cittadini di accettare che la sicurezza si difende con le armi e i confini con la forza. I giovani che hanno votato No al referendum non vivono su un altro pianeta rispetto a tutto questo — ci vivono in mezzo, e lo rifiutano con la stessa coerenza con cui rifiutano la riforma Nordio, il clima ignorato, la precarietà consegnata loro come destino. Per loro non sono questioni separate. Sono facce della stessa logica: il potere che si concentra, che si arma, che si sottrae al controllo.
Braidotti coglie qualcosa che la politica italiana fatica a nominare: questa generazione non è depoliticizzata, come si ripete da anni con una certa condiscendenza. È politicizzata diversamente. Non si mobilita per i partiti, non si riconosce nelle leadership carismatiche, non risponde alle liturgie della militanza novecentesca. Si mobilita per i principi — la Costituzione, l’indipendenza della magistratura, il rifiuto dell’arbitrio e della violenza — attraverso reti orizzontali e linguaggi nuovi che bypassano completamente i media tradizionali. Alle elezioni del 2022 l’astensionismo giovanile aveva toccato livelli altissimi. Qui chi ha votato lo ha fatto in modo netto, compatto. Non è apatia che si sveglia. È un’intelligenza collettiva che sceglie quando e su cosa intervenire.
Una generazione planetaria, ecologica e antimilitarista non separa i piani: la tutela delle garanzie costituzionali dalla tutela degli ecosistemi, la giustizia tra gli umani dalla giustizia verso il vivente, la pace interna — quella che la Costituzione garantisce attraverso l’equilibrio dei poteri — dalla pace esterna, quella che l’articolo 11 afferma ripudiando la guerra. La Costituzione, in questa visione, non è un testo da conservare come reperto. È un progetto ancora aperto, più avanzato dei suoi custodi ufficiali, più adatto al mondo che verrà di quanto non lo siano le riforme che si vorrebbe imporle.
Non li hanno visti arrivare perché i nostri politici non li vedono proprio, i giovani. Non sono presenti nei discorsi, nei programmi, nelle agende. Quando domenica 22 marzo sono entrati nelle urne — compatti, silenziosi, imprevedibili per i sondaggi — hanno lasciato un segno che va letto con attenzione. Non una sconfitta del centrodestra. Una comparsa. La prima, rumorosa comparsa politica di una generazione che esiste già — nei movimenti climatici, nelle piazze contro la guerra, nelle reti di solidarietà orizzontale — ma che non aveva ancora lasciato un’impronta così netta nelle urne. Chi non la legge come tale, si prepari a essere sorpreso ancora.





