
Se «Dio è morto»
18 Aprile 2026
La settimana e i suoi lembi
19 Aprile 2026
Ci sono settimane in cui il calendario delle mostre sembra costruito da qualcuno che ha letto troppo bene il proprio tempo. Questa è una di quelle.
A Margate, Carl Freedman Gallery ospita Billy Childish con This Is The Universe… Big Isn’t It?, titolo che già da solo è un manifesto di poetica: l’enormità dell’universo ridotta a esclamazione sbalordita, quasi da bambino che guarda su per la prima volta. Childish porta le sue nuove pitture del deserto californiano — nebbiose, espressive, cariche di quella vibrazione da garage-rock che non ha mai smesso di abitare la sua mano. Non è pittore che insegue la raffinatezza; è pittore che insegue la verità di grana grossa, quella che si sente prima di capirla. Il deserto è il soggetto giusto per lui: un luogo dove la luce brucia via il superfluo. Fino al 14 giugno.
A Londra, White Cube Bermondsey accoglie Katharina Grosse con I Set Out, I Walked Fast. La Grosse è la pittrice degli interventi impossibili, di quei campi cromatici a scala architettonica che non stanno nei musei ma li abitano, li invadono, li ridefiniscono. Il titolo ha il ritmo di una camminata urgente, quasi una fuga in avanti — e c’è sempre qualcosa di atletico nel suo lavoro, una fisicità del colore che costringe il corpo dello spettatore a muoversi per stare dentro all’opera. Questa volta porta anche lavori più piccoli, e sarà interessante vedere se la sua grammatica regge il cambio di scala o se il grande formato le è strutturalmente necessario come il volume a un’orchestra. Fino al 31 maggio.
Alla Graces Mews, ancora Londra, si può vedere Les Krims con Fictcryptokrimsographs: Polaroid in posa, ultra-surreali, prodotte a metà degli anni Settanta con l’intenzione dichiarata di sabotare qualsiasi fede nell’oggettività fotografica. Krims è un nome che il circuito mainstream ha a lungo tenuto ai margini — troppo bizzarro, troppo irriverente — ma la sua operazione concettuale era chirurgica: usare il mezzo più creduto “vero” per costruire il falso più sfacciato. In un’epoca in cui ogni immagine digitale è già potenzialmente alterata, queste stampe fisiche tornano con una forza paradossale. Fino al 23 maggio.
Infine, alla Chisenhale Gallery, il debutto istituzionale di Racheal Crowther con Liquid Trust: installazione sensoriale basata sul profumo, che intreccia la fenomenologia del corpo con il complesso militare-industriale. Il titolo rimanda all’ossitocina sintetica brevettata con quel nome commerciale — ormone della fiducia, prodotto e venduto. C’è una precisione politica in questo scarto tra l’intime del corpo olfattivo e la fredda logica della produzione bellica, e il fatto che sia un’opera sensoriale — non da guardare ma da respirare — aggiunge una dimensione di vulnerabilità rara nell’arte di ricerca. Fino al 14 giugno.
Quattro mostre, quattro linguaggi lontanissimi tra loro. Eppure tutte e quattro, in modi diversi, parlano di confini: tra verità e finzione, tra dimensione umana e scala cosmica, tra il corpo e chi lo governa, tra l’immagine e quello che l’immagine finge di essere. Non è poco, per un aprile.





