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di Pierluigi Piccini
C’è una scena che la banca più antica del mondo replica con la puntualità di un rito stagionale: litigare su chi la governa. Questa volta, però, la sceneggiatura ha avuto qualcosa di più teatrale del solito. Il copione prevedeva un’uscita dignitosa di Luigi Lovaglio, rimpiazzato con Fabrizio Palermo in una successione curata dal vecchio consiglio con la regia di Caltagirone. Invece è andato diversamente: colpo di scena, coro in assemblea, e il direttore cacciato che rientra dalla porta principale di Rocca Salimbeni con i sigilli del nuovo mandato in tasca.
Il 23 aprile 2026, nella prima riunione del nuovo consiglio di amministrazione, Cesare Bisoni è stato eletto presidente, Luigi Lovaglio nominato amministratore delegato e direttore generale, con Carlo Corradini e Flavia Mazzarella vicepresidenti. Tutto secondo le previsioni di chi aveva seguito l’assemblea del 15 aprile, quando la lista di Plt Holding della famiglia Tortora si era imposta con il 49,95% dei voti, fermando la lista del cda al 38,79% e quella di Assogestioni al 6,94%.
La vittoria, va detto, non era scritta. Era stata costruita. Determinanti erano stati Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio primo azionista con il 17,5%, e Banco Bpm con il suo 3,7%. Senza quei voti, il Monte restava in mano a Caltagirone e alla lista uscente. Il punto che vale la pena fissare, dunque, è questo: non è stata una vittoria dell’assemblea in senso democratico, è stata la vittoria di un asse finanziario che si è compattato all’ultimo momento. I piccoli azionisti — che pure c’erano, pure applaudivano — contavano meno di quel che la scena lasciava intendere.
Poi è arrivata la prima riunione del cda, e lì è emerso con chiarezza il secondo capitolo: nessuna mediazione, nessuna concessione, nessun gesto verso la componente sconfitta. Le nomine sono passate con i voti degli otto consiglieri di maggioranza, confermando un controllo pieno su tutte le principali caselle. Anche le vicepresidenze sono state affidate a Flavia Mazzarella e Carlo Corradini, entrambi espressione della stessa area. Il comitato nomine — prima istanza costituita — è anch’esso tutto di marca Plt. Niente da spartire con i sette consiglieri dell’altra sponda.
Si capisce la logica. Chi ha vinto in assemblea ritiene di avere il diritto di governare. È vero. Ma una banca non è un condominio, e la governance bancaria ha una sua specificità: richiede fiducia diffusa, coesione interna, capacità di reazione rapida nelle situazioni di crisi. Un consiglio spaccato a metà, con una minoranza che si astiene o vota contro sulle nomine più importanti, è una struttura fragile proprio là dove la solidità è condizione prima di tutto il resto.
Ed è qui che i comunicati stampa glissano con eleganza. Resta il tema della tenuta del consiglio, dove convivono sensibilità diverse e figure di peso anche tra i consiglieri di minoranza: un elemento che potrebbe incidere sulla velocità delle scelte future, a partire dai dossier industriali più rilevanti. Tradotto: Corrado Passera è lì. Paolo Boccardelli è lì. Nicola Maione — che ha ritirato la candidatura alla presidenza ma è rimasto in consiglio — è lì. Non sono comparse: sono interlocutori con peso finanziario, istituzionale, relazionale. Il fatto che abbiano perso l’assemblea non li rende ininfluenti nel board quotidiano.
Lovaglio ha detto che lavorerà bene con tutti. Lo ha detto con la signorilità di chi ha appena conquistato una rivincita clamorosa e può permettersi la magnanimità. Ma la storia del Monte insegna che le tregue nei consigli di amministrazione durano quanto ci vuole per trovare il prossimo pretesto di scontro. E i pretesti, in una banca che ha appena assorbito Mediobanca e si muove in un mercato che non perdona le esitazioni, non mancheranno.
Con questo voto MPS ha confermato, nei fatti, la continuità del disegno industriale impostato dopo l’operazione Mediobanca. Questo è il dato politico-industriale di fondo, e su questo Lovaglio ha ragione a insistere. Il piano da 9,5 miliardi di ricavi e 16 miliardi di dividendi nel triennio è un’architettura ambiziosa che chiede stabilità e continuità di comando. Ed è precisamente qui che si misura la scommessa: la maggioranza ha scelto la linea dura nelle nomine, rinunciando alla cooptazione della minoranza in cambio del controllo pieno. Se la banca crescerà come previsto, quella scelta sarà stata giusta. Se invece i dossier complicati — Generali in primo luogo, con quell’entrata “nice to have” già citata da Lovaglio — dovessero incresparsi, la spaccatura interna al cda rischia di diventare una variabile tutt’altro che secondaria.
Il Monte dei Paschi è da sempre una metafora dell’Italia che contratta il proprio potere dentro stanze chiuse, con l’assemblea dei soci come scenografia più che come luogo di decisione reale. Questa volta la scenografia è stata spettacolare — il coro in sala, la suspense dell’ora di pausa prima del verdetto, il presidente uscente che ritira la candidatura davanti a tutti — ma la sostanza è rimasta fedele alla tradizione: decidono i grandi azionisti, il consiglio ratifica, i comunicati assicurano che andrà tutto bene.
Forse andrà bene davvero. Ma un cda che nasce spaccato, in una banca che gioca partite grandi, merita almeno di essere guardato senza la retorica della vittoria. La storia del Monte ha già visto troppi inizi trionfali seguiti da stagioni difficili.





