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27 Aprile 2026
“I nomi e il silenzio”
27 Aprile 2026Prima della Costituzione. L’antifascismo come esperienza vissuta e come progetto
Parte prima. Il buio e chi lo attraversò
di Pierluigi Piccini
C’è un inverno — quello del 1943, quello del 1944 — in cui la parola “scelta” riacquista il suo peso. Non si sceglie un’opinione, si sceglie un rischio. Scendere in montagna, aprire una porta a uno sconosciuto in fuga, portare un foglio piegato in quattro attraverso un posto di blocco: sono gesti che costano la vita. Questo è il punto di partenza. Non un’ideologia, non un programma: un corpo che decide da che parte stare quando stare da una parte ha un prezzo.
Eppure quei corpi non arrivavano dal nulla. Portavano con sé storie, appartenenze, tradizioni di pensiero che il fascismo aveva tentato di cancellare e che invece erano rimaste vive — nelle famiglie, nelle tipografie clandestine, nelle lettere scritte in esilio, nei quaderni compilati in carcere. Gobetti aveva capito prima di quasi tutti che il fascismo non era un’anomalia: era la resa dei conti con la debolezza della borghesia italiana, con un liberalismo che non aveva mai fatto i conti con le masse. Lo pagò con la vita a ventiquattro anni. Rosselli aveva costruito Giustizia e Libertà con la convinzione che libertà e socialismo non fossero negoziabili in modo separato. Lo assassinarono nel 1937, lui e suo fratello Nello. Gramsci in carcere scriveva qualcosa che non era consolazione ma elaborazione: capire il fascismo per capire l’Italia, capire l’Italia per capire cosa significasse trasformarla. Morì nel 1937 dopo undici anni di detenzione.
Questi non erano martiri in astratto. Erano persone che avevano lasciato testi, idee, metodi di analisi che continuavano a circolare in modo clandestino, a formare coscienze, a preparare — senza saperlo — il terreno per quello che sarebbe venuto. La memoria di chi aveva pagato il prezzo più alto diventava una forma di trasmissione culturale sotterranea, invisibile ai registri dell’OVRA ma presente nelle case, nelle conversazioni, nelle letture notturne. Il fascismo poteva sopprimere le persone. Non riuscì mai del tutto a sopprimere le tracce che lasciavano.
Poi arrivò il settembre del 1943. L’armistizio fu una catastrofe e una liberazione insieme. Lo Stato si dissolse in pochi giorni — l’esercito si sbandò, il re fuggì a Brindisi con la valigetta, le città rimasero sospese tra un’occupazione che finiva e un’altra che iniziava. Nel vuoto che rimase, chi non voleva arrendersi né ai tedeschi né alla Repubblica di Salò doveva inventarsi da zero una forma di resistenza. Le prime bande partigiane nacquero così — senza quadri, senza armi, spesso senza un orientamento politico. C’erano ex ufficiali che non riuscivano a digerire la resa, giovani comunisti con l’addestramento ricevuto in Spagna, studenti azionisti con più libri che fucili, contadini che proteggevano il proprio territorio da requisizioni e rappresaglie. Li teneva insieme non un’ideologia ma una pratica: sopravvivere e fare del male al nemico.
La complessità di quella convivenza non va edulcorata. Ci furono tensioni tra le formazioni, episodi di violenza interna, scontri su chi avrebbe dovuto guidare il dopoguerra. Il CLN era una coalizione tenuta insieme dalla necessità, non dall’armonia. Eppure qualcosa accadde in quei venti mesi che non era programmabile. La coabitazione nel pericolo produsse una conoscenza dell’altro che nessun congresso avrebbe potuto produrre. Il comunista che dormiva nel fienile del contadino democristiano capiva qualcosa della sua visione del mondo che i testi di Lenin non gli avevano insegnato. L’azionista che organizzava una staffetta con un partigiano cattolico imparava che la dignità non era solo un concetto filosofico. Non era dialogo, non era sintesi: era esposizione forzata all’altro. E quella esposizione lasciò tracce.
Le donne della Resistenza portano dentro questa storia una presenza che la storiografia ha impiegato decenni a riconoscere. Le staffette, le donne che nascondevano armi e persone nelle case, che attraversavano i posti di blocco con la calma di chi sa che l’alternativa è la morte: non erano appendici di una storia maschile. Erano soggetti politici che stavano costruendo, in modo concreto, un’idea di cittadinanza che la Costituzione avrebbe poi scritto in astratto. Ogni nome recuperato dalla storia — e ce ne sono molti che aspettano ancora di essere recuperati — è la prova che quella storia non è mai stata semplice come i monumenti vorrebbero farla sembrare.
La Liberazione del 25 aprile 1945 fu festeggiata con una gioia che non aveva niente di retorico. Ma chi l’aveva combattuta sapeva già che il dopoguerra sarebbe stato un campo di battaglia diverso. La resa dei conti con il fascismo — con chi lo aveva servito, con chi lo aveva esaltato, con chi aveva guardato dall’altra parte — non fu mai fatta. Fu Togliatti, Ministro di Grazia e Giustizia nel governo De Gasperi, a firmare nel giugno del 1946 il decreto di amnistia che svuotò gran parte dei processi per collaborazionismo e crimini fascisti. La logica era quella dell’egemonia nel senso gramsciano: costruire la democrazia richiedeva unità nazionale, e riaprire una guerra civile giudiziaria rischiava di radicalizzare settori della società che il PCI voleva invece guadagnare. Fu una scelta politica, forse necessaria per non precipitare in una guerra civile latente. Ma lasciò aperta una ferita — fascisti reintegrati nelle istituzioni, nelle forze dell’ordine, nella magistratura, con effetti che si videro per decenni. E quella ferita — il fascismo mai processato, mai rimosso dalle istituzioni, mai nominato per quello che era stato — è una delle ragioni per cui fare memoria, oggi, non è un rito ma un atto politico.
(continua)





