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I. La guerra dell’IA si combatte nel Bronx
C’è una primaria congressuale a New York che non riguarda più solo un seggio. Alex Bores, assembleista statale che ha dedicato buona parte del suo mandato a tentare di regolamentare l’intelligenza artificiale, si trova al centro di qualcosa di più grande di lui: uno scontro tra OpenAI e Anthropic — non metaforico, ma finanziario e organizzativo — che usa la sua corsa come campo di battaglia proxy.
La logica è brutalmente semplice: chi vince il Congresso nei prossimi anni scriverà le regole dell’IA. E le due grandi aziende del settore hanno capito, prima dei più, che vale la pena investire già adesso — non nei candidati presidenziali, non nei senatori di peso, ma nei deputati di quartiere, nei legislatori locali, in chi costruisce il proprio profilo politico attorno a un tema tecnico che la maggior parte degli elettori non capisce ancora.
Bores è il candidato che Anthropic — l’azienda di Claude, fondata da ex ricercatori di OpenAI con una filosofia della sicurezza più cauta e costituzionalmente più vicina alla regolazione pubblica — tende a favorire. Dall’altra parte ci sono influenze riconducibili a OpenAI, che storicamente ha spinto per un approccio più leggero, più favorevole all’industria.
Quello che colpisce non è lo scandalo — il lobbying americano è antico quanto la repubblica — ma la precocità. Siamo ancora nella fase in cui la maggior parte dei legislatori fatica a distinguere un modello linguistico da un algoritmo di ricerca, e già le grandi aziende dell’IA stanno seminando nei collegi elettorali, coltivando alleati, costruendo reti di influenza capillare. Quando arriverà il momento delle grandi leggi regolatorie, il terreno sarà già stato arato. Da loro.
II. Lo Stato che si ritira dagli anziani
L’amministrazione Trump ha ridotto il personale della Social Security Administration ai livelli più bassi dalla fine degli anni Sessanta. Non è una notizia astratta: è la traduzione concreta, in file di attesa e telefonate senza risposta, di una filosofia dello Stato che considera il welfare una zavorra da alleggerire.
DOGE — il progetto di Elon Musk per il taglio della spesa pubblica federale — ha trovato nella Social Security un bersaglio morbido. Non nel senso che i tagli siano facili politicamente, ma nel senso che le vittime di questi tagli sono tra le meno visibili: anziani soli, pensionati con disabilità, persone che non sanno usare i portali digitali e che per decenni hanno fatto affidamento su un ufficio fisico, su un numero di telefono a cui qualcuno rispondeva.
C’è una crudeltà silenziosa in questo tipo di riduzione dello Stato. Non si taglia la prestazione — quella, per ora, rimane — si taglia l’accesso alla prestazione. Si rende il diritto teoricamente intatto e praticamente irraggiungibile. È una forma di erosione che non fa titoli, non produce immagini forti, non genera manifestazioni di piazza. Produce solo milioni di persone che non riescono a ottenere quello a cui avrebbero diritto, e che dopo un po’ smettono di provarci.
Il New Yorker la chiama “il costo reale del ridimensionamento della Social Security.” Il costo reale è sempre quello che non si misura nei bilanci.
III. L’antisemitismo britannico e il limite delle soluzioni
Il governo britannico ha dichiarato l’antisemitismo una “crisi nazionale” dopo una serie recente di attacchi. È una dichiarazione che dice qualcosa di vero sul momento, e qualcosa di preoccupante sulle risposte che si stanno immaginando.
La domanda che il New Yorker pone è quella giusta: le soluzioni del governo proteggeranno davvero gli ebrei? La risposta implicita è: dipende da cosa si intende per soluzione. Se si intende un giro di vite penale, misure di sorveglianza più stringenti, una stretta sull’hate speech online — queste misure toccano il sintomo, non la radice. E rischiano, come sempre accade in questi casi, di essere applicate in modo selettivo, di colpire le espressioni più rozze dell’odio lasciando intatto il substrato culturale che lo alimenta.
L’antisemitismo britannico contemporaneo ha una morfologia complessa: viene da destra e viene da sinistra, viene dai sobborghi e viene dalle università, si mescola con l’antisionismo e se ne distingue in modi che i tribunali faticano a definire. Una “crisi nazionale” dichiarata dall’alto rischia di semplificare questa complessità in slogan securitari che rassicurano senza risolvere.
Proteggere una minoranza è cosa seria. Richiede lavoro lungo, educativo, culturale, istituzionale. Richiede che chi governa abbia voglia di fare cose impopolari, di nominare le fonti dell’odio anche quando sono elettoralmente scomode. Una dichiarazione di crisi è un inizio. Raramente è abbastanza.
IV. Muriel Spark e il diritto di inventarsi
La notizia più letterariamente deliziosa: una nuova biografia sostiene che Muriel Spark abbia inventato la propria storia d’origine. La scrittrice scozzese — autrice de Il club del delitto e altre storie, de La signorina Jean Brodie nel fiore degli anni, di romanzi che fanno del doppio, dell’inganno e dell’identità costruita il loro tema ossessivo — avrebbe applicato alla propria vita le stesse tecniche che applicava ai suoi personaggi.
C’è qualcosa di perfetto, quasi di troppo perfetto, in questa rivelazione. Spark è la scrittrice che ha fatto dell’inaffidabilità narrativa una poetica. I suoi narratori mentono, i suoi personaggi si reinventano, la verità nei suoi libri è sempre una versione tra le altre possibili. Che avesse fatto lo stesso con la propria biografia non è uno scandalo: è quasi una coerenza.
Ma c’è anche una questione più seria, sotto la superficie aneddotica. Gli scrittori — soprattutto quelli che vengono da origini marginali, da identità socialmente scomode, da vite che non corrispondono all’immagine pubblica che il mercato letterario richiede — spesso costruiscono versioni di sé funzionali alla propria carriera e alla propria sopravvivenza. Spark era ebrea per parte di madre, scozzese, donna, cattolica convertita: un’identità multipla e difficile da classificare nell’Inghilterra letteraria del dopoguerra.
Inventarsi un’origine è anche un atto di autodifesa. E a volte, nei casi migliori, è il primo capitolo di un’opera.





