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Tre punti all’ordine del giorno, dice il titolo. Ma il vero punto è uno solo: che fine farà quel sito produttivo, quelle cinquantasei persone, quel pezzo di territorio amiatino che si chiama Casa del Corto?
La vertenza Acqua & Sapone — o meglio, Logimer, la società che gestisce il magazzino — torna in prima pagina con le facce giuste attorno al tavolo: sindacati, Provincia, Comune di Piancastagnaio, consigliere regionale. Un’assemblea istituzionale compatta, nei toni almeno. La presidente della Provincia lancia l’appello corretto: la responsabilità deve partire dall’azienda, non dalle istituzioni. Lorenzo Falchi, da Alleanza Verdi Sinistra, usa parole nette — non si può razionalizzare sulla pelle dei dipendenti. Tutti giusti. Tutti necessari.
Eppure qualcosa stona, e vale la pena dirlo.
Il problema di Casa del Corto non è nuovo. Le ipotesi di trasferimento a lunga distanza dal sito produttivo circolano da mesi. César Spa — il gruppo che controlla Logimer/Acqua & Sapone — non ha ancora mostrato un piano industriale credibile per il territorio. Nel frattempo si convoca, si fissa un nuovo incontro per il 26 maggio, si ribadisce che “qualunque soluzione dovrà prevedere adeguate tutele”. Parole sacrosante, ma il rischio è che il confronto diventi un rituale di accompagnamento verso un esito già scritto altrove, in qualche stanza milanese o straniera che con l’Amiata non ha nessun legame affettivo, né economico, né umano.
La reindustrializzazione del sito è l’obiettivo dichiarato. È anche il più difficile, il più costoso, il più incerto. Ma è l’unico che trasforma una vertenza difensiva in una politica industriale. E qui entra in gioco qualcosa che il giornale non nomina ma che è sullo sfondo di tutto: Casa del Corto è un’area con caratteristiche infrastrutturali particolari — energia geotermica, clima, connettività — che potrebbero renderla appetibile per attività diverse dalla logistica. L’idea di un polo di economia circolare, di trasformazione dei materiali, di piccola manifattura ad alta intensità di conoscenza, non è fantascienza. È esattamente la direzione in cui alcuni comuni dell’Amiata stanno cercando di andare con i loro strumenti — lenti, insufficienti, ma orientati.
Il contratto integrativo firmato da Floramiata — seconda notizia della pagina — racconta invece un’altra storia, più incoraggiante: che quando c’è volontà reciproca, anche dopo mesi di fibrillazioni e stato di agitazione, si arriva a un accordo. “Mancava da anni”, scrivono i sindacati. Un grande traguardo, dice il titolo. E ha ragione. Perché in un territorio dove il lavoro si erode lentamente, ogni contratto firmato è un presidio di civiltà.
Le due notizie insieme dicono una cosa sola: l’Amiata senese non è un territorio rassegnato. Ma ha bisogno che le istituzioni trasformino la solidarietà verbale in strumenti concreti — credito, aree attrezzate, accompagnamento alle imprese che vogliono restare o insediarsi. Il 26 maggio si torna al tavolo. Speriamo che quella data non diventi l’ennesima scadenza che scivola verso un’altra.





