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Note americane su una settimana che puzza di vecchio
C’è una scena che si ripete nella politica americana con la regolarità di un rito stagionale, e che gli americani stessi hanno smesso di trovare scandalosa: qualcuno ridisegna i confini. Non i confini tra stati, non i confini tra nazioni — i confini dei collegi elettorali, quelle linee capricciose e sinuose che decidono chi vota con chi, e quindi chi vince e chi perde, prima ancora che si apra un seggio.
Si chiama gerrymandering, dal nome del governatore Elbridge Gerry che nel 1812 firmò una mappa elettorale che somigliava a una salamandra. Duecento anni dopo, la salamandra è ancora viva e vegeta, e questa settimana ha mangiato i Democratici in Virginia.
La Corte Suprema della Virginia ha annullato una mappa elettorale che avrebbe trasformato il vantaggio democratico nella delegazione congressuale dello stato da 6-5 a 10-1. Quattro seggi in meno per Hakeem Jeffries, il leader della minoranza alla Camera, che puntava sulla Virginia come uno dei suoi cavalli più forti. La reazione dei colleghi, riportata da Axios con quella brutalità trasparente che è il marchio del giornalismo americano di questa stagione, è illuminante nella sua nudità: “Damn”, “F*****ck!!”, “sickening”. Non analisi, non riflessione. L’urlo breve di chi ha appena capito che la partita si è fatta più difficile.
Ma la notizia vera non è la sentenza. La notizia vera è questa: i Democratici avevano speso sessantadue milioni e mezzo di dollari per spingere un referendum sulla redistruzione elettorale in Virginia. Quasi quaranta milioni da strutture allineate allo stesso Jeffries. Sessantadue milioni per disegnare confini. Per vincere non le elezioni, ma la geometria delle elezioni.
Uno dei deputati, rimasto anonimo come vuole il costume americano quando si dice la verità, ha detto ad Axios quello che nessun comunicato stampa avrebbe mai ammesso: “Sento che è uno spreco colossale di risorse che erode ulteriormente la nostra politica. Quanti milioni stiamo spendendo su questo mentre il DNC è in debito e abbiamo quaranta collegi contendibili da vincere?”
È una domanda che merita di restare sospesa nell’aria un momento.
Dall’altra parte, Mike Johnson — lo Speaker repubblicano che sopravvive settimana per settimana con la logica del funambolo — torna a Washington con tre risse sul tavolo: un miliardo di dollari di fondi pubblici destinati alla sala da ballo di Trump (promessa tradita, imbarazzo garantito), la guerra in Iran che sconfina nei poteri del Congresso senza che nessuno abbia votato niente, e un bubbone che si chiama molestie sessuali sul Campidoglio, con tre deputate repubblicane che premono per riformare un sistema che protegge i molestatori più dei molestati.
Johnson ha già “sopravvissuto alla settimana dell’inferno”, scrive Axios. Come se la politica fosse diventata un reality show di resistenza, in cui il premio è semplicemente non essere eliminati.
Metto insieme le due storie e vedo la medesima struttura.
Da un lato, decine di milioni spesi non per convincere elettori ma per spostare linee su una mappa. Dall’altro, uno Speaker che sopravvive non governando ma galleggiando, rimandando, puntando. In entrambi i casi, l’energia politica si consuma in un prima — prima del voto, prima della decisione, prima del merito — che ha finito per diventare più importante del durante e del dopo.
È ciò che Sheldon Wolin chiamava, con una formula che torna spesso utile, democrazia gestita: il sistema in cui le forme democratiche rimangono intatte — le elezioni ci sono, i tribunali funzionano, i giornali scrivono — ma il contenuto è stato svuotato con pazienza certosina, spostandolo in luoghi dove i cittadini non arrivano. I collegi elettorali sono uno di questi luoghi. Le reconciliation bills di mille pagine sono un altro. I 501(c)4 che finanziano referendum sono un terzo.
Il risultato è che la democrazia americana produce sempre più spesso questo spettacolo: politici urlanti, denaro bruciato, confini ridisegnati, e alla fine una domanda semplice che nessuno riesce a rispondere — a chi serve tutto questo?
Ai cittadini della Virginia che speravano in una rappresentanza più equa, questa settimana è arrivata una risposta secca dalla Corte Suprema statale. Ai contribuenti americani che finanziano indirettamente quei sessantadue milioni attraverso le esenzioni fiscali dei 501(c)4, la risposta è arrivata in un anonimato rabbioso.
E alla democrazia — quella cosa che dovrebbe stare al centro — è arrivato l’ennesimo promemoria che la salamandra di Elbridge Gerry è ancora tra noi, più viva che mai, e che nessuno, né a destra né a sinistra, ha davvero intenzione di ucciderla.
Perché la salamandra, in fondo, serve a tutti. A turno.





