
Il Cristo di Manetti torna a casa. Trentasei anni sono un tempo lungo per chiunque
9 Maggio 2026
Giancarlo Macchi Janica e Alessandro Palumbo, in Territori spezzati. Spopolamento e abbandono nelle aree interne dell’Italia contemporanea, fanno una cosa difficile e necessaria: chiamano le cose con il loro nome. Non “transizione demografica”, non “riassetto territoriale”: spopolamento, abbandono, rottura. La metafora dello spezzato è già una presa di posizione morale prima che analitica.
Il volume è serio, multidisciplinare, onesto. E proprio per questo merita una lettura che vada oltre il consenso accademico e ponga la domanda che i libri di sintesi tendono a evitare: dove si misura concretamente la resistenza? Nei piani strategici, nelle piattaforme europee, nelle mappe del rischio demografico? Sì, anche lì. Ma prima di tutto altrove: in un negozio che non chiude, in un servizio che non viene spostato, in un’amministrazione che sceglie di progettare invece di gestire l’inerzia.
Esiste, sul versante meridionale del Monte Amiata, un comune che non corrisponde del tutto al modello dello spezzato. Piancastagnaio ha una base energetica geotermica che inverte la logica estrattiva — non dipende dall’esterno, è l’esterno che ha bisogno di ciò che produce. Ha un tessuto industriale non dissolto. Ha una storia civica sedimentata che produce, ancora oggi, capacità amministrativa. Non è un caso di successo da manuale: è un’eccezione strutturale, silenziosa, non ancora compiuta.
Macchi Janica e Palumbo insistono, giustamente, sulle risorse endogene come condizione necessaria di qualsiasi strategia di contrasto allo spopolamento. Ma c’è un’asimmetria implicita nel loro impianto che vale la pena nominare: i territori appaiono spesso come soggetti passivi che attendono risposte, le politiche come soggetti attivi che le forniscono. L’esperienza dei luoghi che tengono suggerisce il contrario: la resistenza precede sempre le politiche, le anticipa, spesso le rende possibili. Chi aspetta le risposte dall’alto di solito aspetta invano.
E la resistenza, nei borghi, non ha sempre il volto nobile della progettazione europea o della visione strategica. Ha spesso il volto banale e cruciale di un posto che rimane aperto. Un bar, una farmacia, un negozio di casalinghi e detersivi nel centro storico. Ogni chiusura è una piccola capitolazione davanti allo spopolamento — non una causa, ma un segnale e un acceleratore. Ogni apertura, ogni tenuta, è un atto politico nel senso più elementare: affermare che questo luogo è ancora abitato, ancora vivo, ancora degno di essere servito.
I territori spezzati si ricompongono — quando si ricompongono — non solo con le grandi politiche ma con l’accumulo paziente di questi gesti minimi. Che non fanno notizia, che non entrano nelle banche dati, che non producono indicatori. Ma che tengono insieme, giorno per giorno, il tessuto di un luogo.
Anche Acqua & Sapone è una trincea. Forse la più difficile da difendere.





