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Una rassegna italiana del 12 maggio 2026
C’è un paese che si racconta attraverso tre storie parallele e apparentemente distanti: una legge elettorale che nessuno vuole firmare davvero, un omicidio vecchio di quasi vent’anni che si rifiuta di chiudersi, e un virus arrivato su una nave da crociera che tiene tutti col fiato sospeso. Tre storie che non si toccano, eppure dicono la stessa cosa: l’Italia è un paese in attesa. Di qualcosa che si risolva.
Cominciamo dalla politica, che è sempre la storia più complicata da raccontare onestamente. Meloni vuole la nuova legge elettorale entro l’estate — prima lettura a giugno, si dice — e ieri sera ha convocato a Palazzo Chigi Salvini, Tajani e Lupi per blindare la coalizione. Il testo in questione, ribattezzato “Stabilicum” dai suoi fautori e “Melonellum” dai detrattori, è un proporzionale puro con un maxi-premio di maggioranza: settanta seggi extra alla Camera e trentacinque al Senato per chi supera il quaranta per cento. La logica dichiarata è la governabilità. La logica reale è più semplice: evitare un pareggio elettorale nel 2027, scenario che i sondaggi rendono tutt’altro che improbabile.
Il problema è che la riforma non convince nemmeno gli alleati. Forza Italia temporeggia — si dice che Marina Berlusconi non veda affatto di malocchio un pareggio, perché un governo di larghe intese ridurrebbe il peso di Meloni e indebolire la leader di FdI in vista del Quirinale 2029. La Lega è divisa tra la fedeltà a Salvini e la resistenza dei collegi uninominali. Nel frattempo centoventisei costituzionalisti — tra cui Cheli, De Siervo, Zaccaria — hanno firmato un appello definendo la riforma “gravemente lesiva dei valori costituzionali” e un “premierato di fatto”. Il Pd di Schlein dice che è irricevibile, ma non è del tutto esente dall’interesse tattico: anche lei, come Meloni, ha ragione di temere il pareggio. Un’impasse istituzionale resterebbe nelle mani di Mattarella, e quella non è terra che conviene a nessuno dei due schieramenti. Così tutti parlano di dialogo e nessuno apre davvero la porta.
Garlasco non smette di invadere le prime pagine. La Procura di Pavia ha chiuso le indagini su Andrea Sempio con una requisitoria durissima: lo descrive come un uomo ossessionato da Chiara Poggi dopo aver visto un video intimo che la riguardava, capace di presentarsi a casa sua la mattina del 13 agosto 2007 e di ucciderla con crudeltà dopo essere stato respinto. Spuntano nuove intercettazioni ambientali del 2017 in cui Sempio, parlando da solo, sembrerebbe riferirsi all’orario in cui sarebbe entrato in via Pascoli — “alle nove e mezza a casa” — e un foglietto gettato in un’isola ecologica lontana dalla sua abitazione, con parole frammentate che gli inquirenti leggono come tracce di memoria dell’omicidio. La difesa risponde: il foglietto era per uno spettacolo teatrale, le intercettazioni si prestano a mille interpretazioni, e il soliloquio non è prova di nulla. Alberto Stasi, condannato in via definitiva nel 2017, aspetta che si apra la strada alla revisione del processo.
È una storia che divide il paese da quasi vent’anni e continua a dividerlo. La particolarità di questo momento è che siamo di fronte a due narrazioni giudiziarie contemporanee e contraddittorie sullo stesso fatto: una già passata in giudicato, l’altra ancora da costruire. In mezzo c’è Chiara Poggi, che nei titoli dei giornali ormai compare quasi sempre dopo il nome del suo supposto assassino. Questo dovrebbe darci da pensare.
L’hantavirus è arrivato in Italia in modo obliquo: non un’epidemia, non un focolaio, ma una nave da crociera — la Hondius — che ha trasportato casi positivi nelle acque europee. Due marittimi italiani sono stati posti in quarantena in Campania e in Calabria. Il ministro Schillaci rassicura: nessun pericolo, rischio basso, approccio di massima cautela. Sono esattamente le parole che si usano quando si vuole evitare il panico senza escludere la preoccupazione. L’OMS parla di “alta contagiosità nella fase iniziale della malattia”. I giornali aprono in prima pagina. Il paese ascolta e valuta.
A Taranto, sabato scorso, un uomo di trentacinque anni originario del Mali — Bakari Sako — è stato accerchiato all’alba da cinque ragazzi in piazza Fontana, nella città vecchia, e ucciso a coltellate. L’autore del fendente, secondo gli inquirenti, avrebbe quindici anni, quasi sedici. Una morte violenta, un minorenne indagato per omicidio, un contesto urbano che racconta qualcosa che non riusciamo a dire compiutamente. Le notizie di Taranto arrivano sempre come parentesi.
In economia, il Sole 24 Ore segnala l’aumento delle frodi legate al superbonus: altri quattro miliardi di crediti bloccati dal fisco. Una misura che ha fatto bene e male insieme, e che continua a generare strascichi giudiziari. Fincantieri migliora le stime per il 2026. L’ENI colloca obbligazioni in dollari. Il MEF emette BOT. La macchina gira, con le sue crepe.
Chiude una nota al margine, ma non priva di significato: oggi comincia il festival di Cannes 2026. E Jannik Sinner affronta agli Internazionali d’Italia Andrea Pellegrino, rivelazione del torneo. Sono le notizie che, in un altro tipo di paese, occuperebbero la prima pagina. Qui vengono dopo il virus, dopo Garlasco, dopo la legge elettorale. Forse è giusto così. Forse no.
Il paese aspetta. Come sempre.





