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La domanda è la più onesta che si possa fare davanti a questo tipo di comunicati. Perché il testo del Biotecnopolo è un ottimo esempio di retorica della preparedness: tutto giusto, tutto condivisibile, tutto sospeso nell’aria.
Proviamo a separare i piani.
Il Biotecnopolo di Siena ha una storia reale: nasce sull’ossatura del vecchio IRBM, ha Rino Rappuoli come direttore scientifico — uno dei massimi vaccinologi mondiali — e si inserisce in una tradizione senese nelle scienze della vita che risale alla Sclavo. Rappuoli ha fatto cose concrete: il vaccino antimeningococcico, il lavoro sull’influenza, le piattaforme a mRNA. Questo non è fumo.
L’European Vaccine Hub è invece una rete di coordinamento, non una fabbrica. Le “reti europee solide” di cui parla il direttore generale sono strutture di governance scientifica che producono valore nel lungo periodo — se reggono ai cambi di governo, ai tagli di bilancio, alle rivalità tra istituzioni nazionali. L’Europa ha già bruciato molte reti simili dopo ogni emergenza passata.
Il nodo vero è un altro. I 70 miliardi di export farmaceutico italiano citati nel comunicato sono reali, ma appartengono quasi interamente a grandi multinazionali che producono in Italia per ragioni fiscali e logistiche, non a un sistema di ricerca nazionale che genera proprietà intellettuale propria. La distanza tra manifattura farmaceutica e capacità di ricerca autonoma è ancora enorme.
La domanda giusta dunque non è “funzionerà?” ma: il Biotecnopolo riuscirà a trasformarsi da hub di coordinamento in soggetto che detiene brevetti, forma ricercatori che restano, e attrae investimenti industriali veri su Siena? Su quello si misurerà il futuro. Il comunicato non lo dice, e probabilmente non può ancora dirlo.





