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C’è un giorno in cui le partite lunghe arrivano al dunque. Oggi è uno di quei giorni: a mezzanotte si chiude il periodo supplementare dell’offerta di Unicredit su Commerzbank, e il mercato ha già votato. Il titolo di Piazza Gae Aulenti ha toccato i massimi dell’era Orcel sopra gli 82 euro; sommando azioni, derivati e adesioni raccolte, la partecipazione italiana veleggia verso il 45 per cento. Fuori restano il governo tedesco, ostile con il suo 12 per cento, il retail, i fondi passivi. Ma in assemblee poco frequentate il 45 per cento è già maggioranza: dieci consiglieri su venti, il presidente con voto doppio, il management nominato senza passare dall’assise. Serviranno mesi, l’autorizzazione della Bce oltre il 30 per cento, probabilmente un negoziato con Berlino. Ma la direzione è segnata, con i risultati definitivi attesi l’8 luglio.
La partita tedesca non è separabile da quella italiana: la spiega. Con Orcel assorbito oltralpe, il campo domestico è rimasto libero per la mossa che ha riscritto la mappa: l’offerta da 30,6 miliardi con cui Intesa Sanpaolo punta alla totalità del Monte dei Paschi, il cui documento è stato depositato in Consob, arrivata poche ore dopo la proposta di fusione alla pari di Banco Bpm e con molti miliardi in più per gli azionisti.
Qui sta il cuore dell’operazione. Per disinnescare l’Antitrust, Intesa cederebbe a Unipol — quindi a Bper — il marchio Mps, gran parte delle attività e 635 filiali, tenendosi Mediobanca con la sua quota in Generali. Tradotto: il nome del Monte va a Bologna, la sostanza — Piazzetta Cuccia, il 13 per cento del Leone, l’investment banking — va altrove. È la separazione tra la ditta e la funzione, tra l’insegna che resta sulla porta e il potere che trasloca. Con un corollario che nessun documento d’offerta scioglie: che ne è del radicamento, degli archivi, delle collezioni, di ciò che di una banca non si iscrive a bilancio.
Il calendario è fitto: assemblea Unipol il 30 luglio per l’aumento da 2,5 miliardi, adesioni da novembre, chiusura entro dicembre; il 10 settembre l’assemblea di Intesa, mentre vigilano Bce, Ivass, Banca d’Italia e Antitrust ed è partita la segnalazione al governo per il golden power. Ed è lì che si gioca la parte politica: la possibilità di apporre condizioni a tutela di ciò che il concambio non contempla.
Intorno, la scacchiera si completa. Il consiglio del Monte non ha scelto tra le due offerte e ha affidato agli advisor l’analisi, ma la via milanese si fa ripida da quando Crédit Agricole è salita al 29,9 per cento di Piazza Meda, informandone il Mef e senza intenzione di varcare la soglia dell’Opa. E resta il convitato di pietra: il Tesoro, che secondo fonti finanziarie valuterebbe un collocamento accelerato del residuo 4,86 per cento entro l’8 luglio — ipotesi smentita dal Mef, ma che riecheggia il precedente del novembre 2024, finito sotto la lente della magistratura.
A Francoforte si chiude un assedio; a Milano se ne apre uno che durerà fino a dicembre; a Siena si decide se la banca più antica del mondo sopravviverà come organismo o soltanto come etichetta. Perché il risiko non si vince occupando territori: si vince decidendo chi tiene il nome e chi tiene la cosa. E i due, quasi mai, coincidono.





