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Mi è tornato tra le mani, in questi giorni, un libro di padre Ernesto Balducci. E con il libro un ricordo: le volte che andavo ad ascoltarlo, e accanto a lui, certe sere, c’era Lucio Lombardo Radice — il frate scolopio e il matematico comunista, due chiese diverse e la stessa domanda sull’uomo. Erano gli anni in cui quel dialogo costava ancora qualcosa: sospetti da una parte e dall’altra, l’accusa incrociata di cedimento, i custodi delle rispettive ortodossie a vigilare. Loro se ne infischiavano con eleganza. Salivano sugli stessi palchi — erano gli anni dei missili, di Comiso, della paura atomica che aveva reso urgente ciò che entrambi pensavano da decenni — e chi li ha sentiti dal vivo sa che le loro parole non erano fatte per essere citate: erano fatte per essere continuate.
È questa la cosa che il ricordo mi ha rimesso davanti, e che riguarda non loro ma noi. Perché Balducci, oggi, è ovunque e non è da nessuna parte. Il suo nome ricorre — negli anniversari, nei convegni, ogni tanto perfino negli slogan, perché i profeti, da morti, diventano testimonial docili che non smentiscono mai — ma la sostanza è evaporata. È il destino che la nostra epoca riserva ai suoi migliori: don Milani è finito sulle magliette, Balducci nelle citazioni d’occasione. Si conserva il nome, si lascia svanire il pensiero. Chi li ha ascoltati ha allora un piccolo dovere, che è l’operazione contraria: lasciare da parte il nome e riprendere in mano il pensiero.
Bisogna partire da dove partì lui, perché tutto, in Balducci, comincia da lì. Santa Fiora, figlio di minatore. Non la montagna delle cartoline: la montagna del cinabro, della silicosi, dei turni nel buio, della fame che si mangiava con l’acquacotta. Quella civiltà mineraria — la stessa del Siele, la stessa che ha lasciato nei nostri paesi i suoi pozzi, i suoi villaggi e i suoi silenzi — non fu mai per lui un colore locale da rievocare. Fu una scuola di verità. In miniera Balducci imparò la cosa che avrebbe ripetuto per tutta la vita, a Firenze accanto a La Pira, sulle pagine di Testimonianze, perfino davanti ai giudici che lo processarono per aver difeso un obiettore di coscienza: che i poveri non sono un tema, sono un punto di vista. Che il mondo si capisce solo guardandolo da sotto. Che la storia, quando si muove davvero, si muove dal basso — come il fuoco che sta sotto questa montagna e che ogni tanto si ricorda di noi.
Ripensandoci, era questo che lo legava a Lombardo Radice, al di là della stagione e dei palchi condivisi. Erano due pedagogisti della speranza. Il matematico insegnava i numeri come si insegna una liberazione: la scienza sottratta ai pochi, l’intelligenza come diritto di tutti, l’educazione come pratica quotidiana di uguaglianza. Il frate insegnava a guardare la storia dal punto di vista degli ultimi. E sotto entrambi lavorava la stessa convinzione, che nessuno dei due aveva bisogno di dichiarare: che il mondo è incompiuto, e che l’incompiutezza non è una condanna ma un compito. La speranza, per loro, non era ottimismo — merce di cui entrambi diffidavano — ma una struttura dell’essere: il non-ancora che preme sull’esistente e lo chiama a rendere conto. Per questo il credente e il comunista si capivano: non perché annacquassero le rispettive fedi, ma perché entrambe le loro fedi erano, in fondo, fedi nell’inedito. L’uomo non è ciò che è; è ciò che può diventare. Su questo un frate e un matematico potevano stringersi la mano senza che nessuno dei due rinnegasse nulla.
E c’è di più, nel percorso di Balducci, qualcosa che riguarda da vicino chi abita questa montagna. Egli compì con la propria origine l’operazione più difficile che si possa compiere: non la rinnegò e non la mitizzò. La attraversò. Il ragazzo di Santa Fiora divenne il pensatore dell’uomo planetario, di un’umanità che o impara a riconoscersi come un’unica creatura su una terra fragile, o non sarà. Sembra un paradosso ed è invece la logica di ogni pensiero vero: solo chi è radicato sul serio può parlare a tutti. Il paese, per lui, non era un recinto ma una soglia. Lo stesso movimento lo aveva compiuto, un secolo prima e con altri mezzi, il Lazzaretti: partire dal Monte Labbro per pensare una riforma del mondo. È la vocazione strana dell’Amiata, montagna appartata che ogni tanto genera pensieri smisurati — come se l’isolamento, invece di rimpicciolire lo sguardo, lo obbligasse ad andare lontano.
C’è una frase sua che circola più delle altre, quella in cui invitava tutti a venire sull’Amiata, perché altrimenti sarebbero rimasti solo i cinghiali e i caprioli. La si prende, comprensibilmente, come un invito. Ma chi l’ha sentita pronunciare, e chi la rilegge dentro le sue pagine, sa che non era un invito turistico: era un invito escatologico. Balducci non chiamava visitatori, chiamava portatori — gente disposta a prendersi in carico qualcosa e a trasportarlo oltre, come si porta un fuoco perché non si spenga nel passaggio. Non temeva che alla montagna mancassero i clienti; temeva che le mancassero gli uomini — che si svuotasse della sua umanità pensante, che la civiltà da cui era nato si spegnesse senza che nessuno ne raccogliesse il carico. La differenza tra le due letture è tutta la differenza che passa tra un paese visitato e un paese abitato. Un paese pieno d’estate e vuoto d’inverno non è un paese salvato: è un paese imbalsamato. E nessuna animazione, per quanto brillante, sostituisce ciò che lui chiedeva davvero: che la montagna restasse un luogo dove si pensa, non soltanto un luogo dove si passa.
Se poi provo a immaginare che cosa direbbero oggi, quei due, il gioco si fa serio. Alla montagna che discute di geotermia Balducci chiederebbe chi governa il fuoco di sotto, e per il bene di chi — perché il vapore che sale dai pozzi è l’ultima incarnazione di una domanda antichissima, che i suoi minatori conoscevano nella carne: se le viscere della terra appartengano a chi ci vive sopra o a chi le mette a reddito da lontano. Lombardo Radice, davanti alla nostra epoca che accumula dati come la sua accumulava mercurio, ricorderebbe che la tecnica non è mai neutra e non è mai destino: è una possibilità che va governata da un’intelligenza collettiva, cioè da un’educazione, cioè da una democrazia — e che ogni infrastruttura, anche la più immateriale, poggia su un territorio concreto, su acque concrete, su comunità concrete che hanno il diritto di deliberare sul proprio futuro. E su questo, del resto, il figlio del minatore era in compagnia più vasta di quanto forse sapesse: da altre montagne e da altri sud del mondo, altri hanno pensato che la terra non è una risorsa ma una relazione, e che una comunità è viva finché sa a chi raccontare i propri morti.
Il minatore scava verso il basso per portare qualcosa alla luce. Balducci fece questo con l’Amiata: discese nella sua durezza e ne risalì con un pensiero che illuminava ben oltre i castagni. Chi lo ha ascoltato, in quelle sere, accanto al matematico che gli dava del tu attraverso l’abisso delle appartenenze, ha visto che cosa può essere la cultura quando non decora: un lavoro di scavo, appunto, fatto insieme, tra diversi. Rileggerlo, oggi, non è un esercizio commemorativo. È chiedersi se siamo ancora capaci di quel movimento — radicarsi per aprirsi, scendere per vedere, dialogare senza annacquarsi — o se della sua eredità ci accontentiamo del nome, che non costa nulla e non chiede nulla. Le sue parole, a riascoltarle bene, non invitano a venire sull’Amiata. Invitano a farsene portatori.





