ANTENNA RADIOESSE Intervista della settimana
di Nicola Ciuffoletti
È stata la settimana di Mps. Siena si è ritrovata attorno alla banca: prima il Consiglio comunale straordinario, poi l’incontro con i parlamentari toscani e la decisione di creare un tavolo permanente per seguire la vicenda. Una posizione comune che ha messo al centro l’integrità della banca, il suo legame con Siena, la sede, il nome e la tutela dei lavoratori. Ma cosa c’è oltre le dichiarazioni politiche? E soprattutto, cosa sta realmente accadendo sul piano finanziario? Ne parliamo con Pierluigi Piccini, ex sindaco di Siena, conoscitore della macchina amministrativa ed esperto di finanza, che questa operazione su Mps l’ha seguita fin dal primo giorno.
Vera compattezza o compattezza del momento?
Le due cose non si escludono. La compattezza c’è ed è sincera, ma è la compattezza dell’allarme, non di una strategia. Siena ha trovato l’unanimità su quattro parole — integrità, sede, nome, lavoratori — proprio perché sono le parole su cui è più facile trovarla: non impegnano nessuno, non costano un voto, non chiedono di scegliere. La frattura, quella vera, comincia quando si passa dal “che cosa” al “come” e al “con quali strumenti”. Lì l’unanimità si scioglie, perché ci sono azionisti che il 29 ottobre voteranno guardando al portafoglio, non al sentimento cittadino. La mia fotografia è questa: una città che si ritrova unita quando il danno è già annunciato, e che scambia la commozione condivisa per una linea d’azione. È già successo altre volte. Ogni volta che il Monte è stato in pericolo, Siena ha fatto quadrato attorno alle parole giuste. Il problema è che le parole giuste, da sole, non hanno mai spostato un’azione.
Strumento di pressione o posizione simbolica?
Bisogna distinguere due cose che a Siena si confondono sempre: la pressione politica e la leva finanziaria. Un documento del Consiglio comunale, per quanto votato all’unanimità, non muove un’azione. La retorica non fa finanza. E il mercato, che è il vero destinatario di questa partita, legge le dichiarazioni di Siena come rumore di fondo. L’unità istituzionale diventa uno strumento reale solo se si aggancia a qualcosa che pesa. E le cose che pesano oggi sono due: il pacchetto che lo Stato ancora detiene, poco meno del cinque per cento, che il Tesoro tiene congelato; e il voto degli azionisti del 29 ottobre. Se la posizione di Siena si traduce in una richiesta precisa su come lo Stato userà quella quota, allora ha un senso concreto. Se resta la fotografia della città che chiede genericamente “tutelate il Monte”, è simbolica. E il rischio del simbolo è che diventi un alibi: “abbiamo fatto quadrato”, mentre la decisione si prende altrove, sui numeri.
Cosa manca dal racconto pubblico?
Mancano tre cose, e sono le tre che contano di più. La prima è il calendario. L’assemblea di Intesa che approva l’aumento di capitale è il 10 settembre; quella del Monte che deve autorizzare la difesa è il 29 ottobre. C’è un’asimmetria: chi attacca può muoversi e consolidare prima che il difensore sia anche solo autorizzato a difendersi. Non è un dettaglio, è la struttura del vantaggio di Intesa. La seconda cosa non detta riguarda il nome. Si ripete che va tutelato il nome del Monte. Ma il piano di Intesa prevede la cessione a Unipol di oltre seicento filiali e del marchio stesso. Quindi lo scenario non è “a Siena resta solo il nome”: è che a Siena non resti nemmeno il nome. La terza è la più scomoda: il mercato ha già votato. L’offerta di Intesa quota a premio, e i grandi consulenti di voto raccomandano di approvare l’aumento di capitale. La narrazione della resistenza corre contro i numeri che gli azionisti stanno guardando. Dirlo non è arrendersi. È sapere su quale terreno si combatte.
C’è anche un “non fatto”?
Sì, e per me conta più del non detto. Il “non fatto” di Siena non è di questi giorni: è di questi vent’anni. Chiedere oggi al Governo di tutelare il Monte è legittimo, ma è la mossa di chi arriva al tavolo con le mani vuote. La città che negli anni Novanta aveva un peso reale sulla banca lo ha lasciato erodere, quota dopo quota, delega dopo delega, fino a ritrovarsi spettatrice. La contromossa non doveva partire il giorno di una trasferta a Roma finita a vuoto. Doveva partire anni fa: relazioni con gli azionisti veri, un dossier consegnato al Tesoro prima dell’emergenza, una posizione costruita quando ancora si poteva scegliere. Siena ha trattato il Monte come una ferita da difendere, mai come un asset da governare.
Che operazione osserva? Il punto più delicato?
Al netto della politica, osservo un’operazione a due tempi. Il primo è l’offerta di Intesa sul Monte, circa trenta miliardi, che per passare l’antitrust si porta dietro l’accordo con Unipol per cedere oltre seicento filiali e il marchio. Non è un’integrazione: è uno smontaggio. Il Monte verrebbe assorbito e poi ridistribuito a pezzi. Il secondo tempo è la risposta di Lovaglio: due offerte di scambio, su Banco Bpm e su Banca Generali, per circa trentaquattro miliardi, pagate interamente in azioni nuove, più una maxi-cedola. È una tecnica precisa: crescita dimensionale difensiva. Il Monte cerca di diventare così grande e complesso da non poter più essere ingoiato in un boccone. Da preda prova a farsi predatore. Il punto più delicato è la passivity rule. Il Monte è sotto offerta, e per legge il suo consiglio non può da solo mettere in campo le contromosse. Deve passare dall’assemblea. Per questo tutto si concentra sul 29 ottobre. Quell’assemblea è un referendum secco.
Cambia gli equilibri o è difensiva? Il prossimo passo?
È difensiva, prima di tutto. Poi le si è cucita addosso una logica industriale, il campione nazionale del risparmio gestito, e quella logica esiste davvero. Ma l’ordine conta: è nata come scudo, e solo dopo si è vestita da progetto. Può cambiare gli equilibri solo se si allineano tre cose che oggi non lo sono. Primo: che il 29 ottobre gli azionisti dicano sì, rinunciando al premio di Intesa, e non è scontato. Secondo: che le prede non affondino il piano — Banco Bpm ha già alzato un muro, e lì il vero guardiano è Crédit Agricole; Banca Generali per ora dice solo che valuterà. Terzo: che la Consob non fischi il fuorigioco sui tempi. Oggi il mercato, i consulenti di voto e le agenzie di rating scommettono tutti contro l’esecuzione. Il prossimo passo è il 10 settembre: Intesa incassa l’aumento di capitale e blinda le munizioni. Da lì la vera mossa di Lovaglio non è più annunciare, è convincere: portare dalla sua un grande azionista, o far pendere il pacchetto del Tesoro. Se entro fine ottobre non ha rotto il muro di Bpm, il suo piano rischia di rivelarsi per quello che molti già sospettano: una difesa magnifica sulla carta, ma un bluff. E i bluff, in finanza, prima o poi qualcuno li vede.
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