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27 Settembre 2026Da Umberto Eco agli UFO: perché cerchiamo il sacro ovunque tranne dove servirebbe
Ci sono settimane in cui le letture sembrano scelte a caso e poi, messe una accanto all’altra, rivelano un disegno. Un saggio su Umberto Eco e l’insalata, una domanda secca sul perché non vogliamo tassare i ricchi, la stazione di Afragola raccontata come una cattedrale nel deserto, John Coltrane venerato come un dio da una chiesa di San Francisco, gli sciamani attraverso i secoli, il fascino americano per gli UFO come laboratorio del pensiero complottista, l’ultima autobiografia di Ryuichi Sakamoto con le domande di un uomo che sapeva di morire. Sono sette oggetti diversi, e parlano tutti della stessa cosa: il bisogno di credere, e il modo in cui questo bisogno si sposta, si traveste, a volte si smarrisce.
Eco ci ha insegnato che niente è banale, nemmeno un piatto d’insalata. Ogni oggetto quotidiano è un segno, porta con sé una storia di scelte, abitudini, gerarchie sociali. Mangiare una cosa invece di un’altra, condirla in un modo o nell’altro, servirla prima o dopo: tutto è linguaggio. La lezione di Eco resta attuale proprio perché ci obbliga a guardare il comune con occhi da antropologo, a sospettare dell’ovvio. Ed è da questo sospetto verso l’ovvio che conviene partire per leggere il resto.
Perché l’ovvio, oggi, è che la ricchezza estrema non si tocca. La domanda sul perché non vogliamo tassare i ricchi non ha una risposta solo economica. Sul piano tecnico gli argomenti ci sono tutti: la concentrazione patrimoniale cresce, i grandi patrimoni pagano in proporzione meno dei redditi da lavoro, e le proposte di un’imposta minima sulle fortune più alte circolano ormai da anni nel dibattito europeo. Eppure la resistenza è diffusa anche tra chi dalla tassazione dei ricchi avrebbe solo da guadagnare. Il motivo, credo, è che la ricchezza è diventata una forma di sacro secolarizzato. Il miliardario è insieme santo e profeta: incarna la promessa che chiunque potrebbe diventarlo, e la sua fortuna viene letta come prova di un merito quasi soprannaturale. Toccarla significa profanare un altare su cui molti, senza dirlo, hanno depositato le proprie speranze.
Anche l’architettura sa produrre altari, e talvolta li costruisce nel posto sbagliato. La stazione dell’alta velocità di Afragola, progettata da Zaha Hadid, è un’opera di bellezza indiscutibile: un corpo sinuoso, bianco, sospeso sopra i binari come un organismo in movimento. Ma attorno c’è poco o nulla, e i flussi di viaggiatori non corrispondono alla promessa del progetto. È la vecchia figura della cattedrale nel deserto, che il Mezzogiorno conosce bene. Il problema non è la bellezza, che anzi andrebbe difesa, ma l’idea che un oggetto straordinario possa da solo generare il territorio che gli manca. È una fede di tipo magico: si erige il tempio sperando che la città arrivi. Chi amministra un piccolo comune sa quanto questa tentazione sia forte, e quanto sia più faticoso, e più necessario, costruire prima le relazioni, i servizi, le ragioni per cui qualcuno dovrebbe fermarsi.
Poi c’è chi il suo dio lo trova nella musica, e non per metafora. A San Francisco esiste da decenni una comunità che venera John Coltrane come santo, e la liturgia è il jazz stesso: si suona A Love Supreme come si reciterebbe un salmo. A prima vista sembra un’eccentricità californiana. In realtà dice qualcosa di profondo sulla musica di Coltrane, che negli ultimi anni era diventata esplicitamente una ricerca spirituale, un tentativo di raggiungere con il suono una totalità che le parole non consentono. La comunità di San Francisco ha solo preso sul serio ciò che il musicista stesso dichiarava. E mostra che il sacro, cacciato dalle istituzioni, non scompare: migra verso le esperienze capaci di produrre trascendenza, e la musica è forse la più potente di tutte.
Gli sciamani sono la forma più antica di questa funzione. Attraverso le epoche e le culture, dalla Siberia alle Americhe, lo sciamano è la figura che attraversa il confine tra il visibile e l’invisibile e torna indietro con qualcosa: una cura, una visione, un racconto che tiene insieme la comunità. Guardarli nel tempo significa vedere quanto quella funzione sia persistente. Cambiano i tamburi, cambiano gli spiriti, ma resta il bisogno di qualcuno che medii tra l’ordinario e ciò che lo eccede. Oggi quella funzione è dispersa: la esercitano artisti, influencer, guru della tecnologia, talvolta leader politici. Non sempre con la stessa responsabilità.
Ed è qui che il racconto si incupisce. Il fascino americano per gli UFO è l’altra faccia dello sciamanesimo, la sua versione degradata. Anche qui c’è un invisibile, anche qui c’è chi sostiene di sapere ciò che gli altri ignorano. Ma il segreto non viene più condiviso per curare la comunità: viene custodito per dividerla. Il pensiero complottista nasce da una sfiducia radicale verso le istituzioni, e trova negli oggetti volanti non identificati un simbolo perfetto, perché contengono tutto ciò che alimenta il sospetto: governi che nascondono, testimoni ignorati, prove che sfuggono sempre. È una fede senza chiesa e senza consolazione, che produce solo altra diffidenza. E non è un caso che prosperi proprio là dove il sacro istituzionale si è svuotato e la ricchezza è diventata l’unico criterio di valore riconosciuto.
A chiudere la settimana, e in qualche modo a rispondere a tutto il resto, c’è l’ultima autobiografia di Ryuichi Sakamoto, scritta negli anni della malattia. Sakamoto non cerca un dio, né un segreto, né un altare. Si interroga su cosa significhi continuare a fare musica sapendo che il tempo è finito, su come ascoltare il suono di un pianoforte danneggiato dallo tsunami, sulla bellezza delle cose che si consumano. È un’altra forma di spiritualità, sobria, quasi laica: l’attenzione. Guardare e ascoltare con cura ciò che c’è, senza bisogno di proiettarvi sopra una promessa di salvezza.
Forse è questa la lezione che tiene insieme i sette testi. Il bisogno di sacro non si può sopprimere, e chi pensa di averlo fatto finisce per adorare il denaro o per credere agli alieni. Ma quel bisogno può essere educato. Può diventare, come per Eco, la capacità di leggere i segni del quotidiano; come per Sakamoto, l’attenzione a ciò che passa; come per gli sciamani migliori, una responsabilità verso la comunità. Il contrario della superstizione non è l’indifferenza, è la cura. E una politica che volesse davvero ricostruire fiducia dovrebbe cominciare da qui: smettere di erigere cattedrali nel deserto e di proteggere altari intoccabili, e tornare a occuparsi di ciò che tiene insieme le persone.





