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19 Ottobre 2026Le piazze di Francia, Italia e Spagna mostrano una crisi di legittimità che non riguarda solo i giovani
di Pierluigi Piccini
Le rivolte di queste settimane vengono raccontate come proteste studentesche. In parte lo sono, ma limitarsi a questo vuol dire non vedere quello che sta succedendo. In Francia tutto è cominciato a fine settembre da un liceo di Créteil, nella periferia parigina: aule sovraffollate, edifici degradati, mancanza di personale. In pochi giorni la protesta ha coinvolto più di mille istituti e si è unita allo sciopero del pubblico impiego contro una manovra che prevede decine di miliardi di tagli e il blocco degli stipendi statali per il quarto anno consecutivo. In Italia la scintilla è arrivata per imitazione, con lo slogan «fare come in Francia». Il 16 ottobre, però, nelle piazze di tutto il paese le richieste di fondi per la scuola si sono unite al rifiuto della guerra e alla contestazione del decreto scuola. Lo slogan che collega le due piazze, soldi alla scuola e non al riarmo, dice già che il tema è come si distribuiscono le risorse pubbliche, e quindi che cosa una società considera importante, più che lo stato degli edifici scolastici.
Nello stesso periodo la Spagna ha vissuto una protesta diversa nella forma ma uguale nella sostanza, e chi parla solo di studenti farebbe bene a guardarla. Lì il simbolo non è stato un ragazzo ma una donna di ottantasette anni, Maricarmen Abascal. Viveva in affitto da settant’anni nella stessa casa del quartiere Retiro, a Madrid. Il fondo che aveva comprato il palazzo le ha moltiplicato il canone fino a renderlo impossibile, e a fine settembre è stata portata via in barella, in diretta televisiva. È morta in ospedale due settimane dopo. Da quel momento cortei, presidi e accampamenti hanno riempito le piazze di decine di città. Il governo ha provato a rispondere con due decreti su sfratti, affitti e acquisti dei fondi, il Parlamento li ha respinti, e Sánchez ha sciolto le Cortes convocando le elezioni per il 29 novembre. La questione della casa ha fatto cadere una legislatura. Il paese che negli ultimi anni è cresciuto più di tutti in Europa scopre che la crescita non basta, se ciò che produce finisce nella rendita e non nella possibilità di vivere dove si è sempre vissuto.
Messe insieme, scuola e casa raccontano la stessa storia. I giovani sono i più esposti perché ricevono il conto che le generazioni precedenti hanno rinviato per decenni: debito pubblico, pensioni da sostenere, crisi climatica, e soprattutto case che non possono permettersi. In Spagna come in Italia si lascia la famiglia d’origine intorno ai trent’anni, e non per scelta. La scuola è l’unica istituzione pubblica che vivono ogni giorno, e quando cade a pezzi diventa la prova concreta che lo Stato non investe su di loro. A questo si aggiunge la fine della promessa che aveva tenuto insieme le generazioni del dopoguerra: studiare e lavorare non bastano più a garantire una vita migliore di quella dei genitori, e spesso nemmeno una casa. In società sempre più vecchie i giovani sono anche una minoranza elettorale, e nessun governo vince le elezioni puntando su di loro. Così la piazza resta l’unico modo per farsi sentire, e i social trasformano in pochi giorni un liceo bloccato o uno sfratto in un movimento nazionale. Il caso spagnolo, però, dice anche che il problema non è più soltanto generazionale. Quando la vittima simbolo è una donna di quasi novant’anni, il disagio riguarda chiunque viva del proprio lavoro o della propria pensione e si trovi davanti forze economiche sulle quali la politica sembra non avere più presa.
Per questo il disagio è più ampio, e lo si capisce da chi si è unito ai ragazzi: insegnanti, genitori, sindacati, dipendenti pubblici, inquilini, pensionati. I sistemi politici stanno attraversando una crisi di delegittimazione che ha una forma precisa. Una democrazia si regge su due pilastri: la partecipazione, cioè la sensazione di essere rappresentati, e i risultati, cioè servizi che funzionano e condizioni di vita che migliorano. Il primo pilastro era indebolito da tempo, con partiti ridotti a macchine elettorali, corpi intermedi svuotati e un’astensione che cresce a ogni elezione. Finché il secondo reggeva, il sistema restava in piedi anche con un solo pilastro. Oggi cede anche quello. In Francia e in Italia per i tagli, mentre si annunciano miliardi per la difesa; in Spagna per un mercato immobiliare che le istituzioni non riescono a governare, al punto che un governo d’accordo con la piazza non trova una maggioranza in Parlamento. Si fa strada l’idea che le decisioni vere vengano prese altrove, tra vincoli di bilancio, mercati finanziari e alleanze militari, e che la politica nazionale si limiti a gestire la scarsità. Quando la politica governa sul tempo breve e consuma il futuro per sopravvivere nel presente, i primi a non riconoscerle autorità sono quelli che in quel futuro dovranno vivere.
Resta da capire perché proprio l’Europa del Sud. Francia, Italia e Spagna hanno in comune una lunga tradizione in cui la piazza è uno strumento politico riconosciuto, e questa memoria non si è persa. Italia e Spagna condividono anche un modello sociale in cui la famiglia ha sempre supplito alle mancanze dello Stato, ospitando i figli, garantendo la casa e trasmettendo il patrimonio. Quando gli affitti esplodono e i salari restano fermi, nemmeno la famiglia riesce più a fare da rete, e la mancanza diventa visibile tutta insieme. Ognuno dei tre paesi ha poi ragioni sue. In Francia lo Stato è centralizzato e la scuola è nazionale, quindi ogni conflitto arriva direttamente al vertice. Il presidenzialismo ha indebolito sindacati e associazioni, il Parlamento è senza maggioranza dal 2024 e le presidenziali del 2027 sono ormai vicine. La protesta è già diventata un tema di campagna elettorale, con la sinistra radicale che la sostiene e l’estrema destra in testa ai sondaggi. L’Italia ha la popolazione più vecchia d’Europa, spende per l’istruzione meno della media europea, ha scuole fragili e perde ogni anno giovani che emigrano senza che nessun governo riesca a fermarli. In più ha un governo che usa la scuola come terreno di scontro identitario, e così una richiesta di risorse diventa uno scontro politico. In Spagna l’economia cresce, ma le grandi città sono diventate terreno d’investimento per fondi e affitti turistici, e un Parlamento frammentato non riesce a decidere nemmeno quando l’opinione pubblica è in larga parte d’accordo.
In altri paesi europei il disagio non è minore, ma si esprime in un altro modo. In Germania e nel Nord Europa si manifesta soprattutto nel voto ai partiti radicali, non nelle strade. Nell’Europa mediterranea invece la cultura del conflitto sociale offre ancora un canale diretto, e la crisi si rende visibile prima. Per questo conviene guardare a queste piazze con attenzione invece di liquidarle come esuberanza giovanile o come rabbia passeggera. Scuola e casa sono i due luoghi in cui una società decide se ha un futuro da offrire. Quando entrambi vengono a mancare, il dissenso smette di essere una protesta di settore e diventa una domanda sul senso stesso delle istituzioni. Chi governa farebbe bene a capirla adesso.





