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20 Ottobre 2026Il tempo è una variabile indipendente: la Fondazione Mps rinvia al 23 ottobre, ma il calendario di Intesa non aspetta Siena
di Pierluigi Piccini
Due ore di confronto a Palazzo Sansedoni, nessuna dimissione, nessun passo indietro, e una nota finale che rimette ogni decisione sulle operazioni straordinarie all’indirizzo della Deputazione generale. Venerdì alle 14,30, dunque. La Deputazione amministratrice ha scelto la compattezza formale, il presidente Coppini ha smorzato i toni senza rinnegare la sostanza, e la palla è passata ai tredici membri dell’organo di indirizzo, con un seggio vacante. A Siena lo si racconta come un rinvio. In realtà è un’altra cosa: è il tentativo di trattare il tempo come se fosse nelle nostre mani.
Non lo è. Il tempo, in questa vicenda, è una variabile indipendente. Lo decidono altri, e lo decidono con atti che non hanno bisogno della nostra approvazione. Il consiglio di amministrazione di Intesa Sanpaolo ha deliberato l’aumento di capitale al servizio dell’offerta, la Vigilanza ha autorizzato la computabilità delle nuove azioni nel patrimonio di qualità primaria, l’assemblea dei soci del Monte del 29 ottobre si avvicina con numeri che, a quanto si dice, non sorridono al progetto dell’amministratore delegato. Ogni giorno che Siena impiega a chiarire la propria posizione interna è un giorno in cui la cornice viene costruita altrove, pezzo dopo pezzo, con la precisione di chi sa dove vuole arrivare.
C’è qualcosa di antico in questo modo di procedere. Le istituzioni senesi hanno sempre pensato che la procedura fosse una forma di potere, che il rispetto dei passaggi, delle deputazioni, degli organi di indirizzo, bastasse a garantire il peso della città. Per secoli è stato vero, perché il tempo del Monte coincideva con il tempo di Siena. Oggi quella coincidenza si è spezzata. Il calendario dell’offerta, con la chiusura prevista prima della fine dell’anno, corre su un binario che non conosce le liturgie di Palazzo Sansedoni. Le telefonate, i caffè strategici, le ricuciture informali di questi giorni appartengono a un orologio che segna un’ora diversa.
Il punto, allora, non è stabilire se Coppini abbia fatto bene o male a esprimersi a favore dell’operazione. Il punto è che la discussione si è concentrata sulla forma, sul gelo, sulle esternazioni, mentre la sostanza restava ferma. E la sostanza è una sola: quali condizioni la Fondazione intende ottenere, per iscritto, prima che le decisioni diventino irreversibili. Garanzie sui tempi, sugli addetti, sulle funzioni che devono restare a Siena. Non promesse affidate a un comunicato, ma obblighi inseriti nel documento di offerta e in accordi sottoscritti con gli enti territoriali e con la stessa Fondazione. I sindacati lo hanno capito prima e meglio di molti: chiedono tutele concrete, ricordano i sacrifici dei dipendenti negli anni del risanamento, avvertono che le logiche di mercato da sole non proteggono né il lavoro né il credito alle famiglie e alle imprese.
Venerdì la Deputazione generale potrà fare due cose. Potrà limitarsi a ricomporre l’equilibrio interno, salvare la faccia di tutti e consegnare alla città l’ennesima unanimità di facciata. Oppure potrà usare il poco tempo che resta per trasformare un parere in una piattaforma negoziale, dire con chiarezza cosa Siena chiede e a quali condizioni è disposta a sedersi al tavolo. La prima strada è comoda e inutile. La seconda è faticosa, ma è l’unica che tenga conto del fatto che il tempo non ci appartiene più.
Chi governa un’istituzione dovrebbe saperlo: il rinvio non è neutrale. Ogni settimana spesa a discutere di chi ha parlato e come è una settimana regalata a chi ha già deciso cosa fare. La serietà amministrativa, in questi giorni, non consiste nel prendere posizione a favore o contro un’operazione finanziaria, ma nel riconoscere che l’orologio corre e nel pretendere, finché si è in tempo, che le parole diventino impegni.





