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21 Ottobre 2026Witkoff da Putin con un piano di pace scritto a Oslo con Kiev e gli europei
L’inviato americano Steve Witkoff è atteso oggi a San Pietroburgo da Vladimir Putin con una nuova proposta per chiudere la guerra in Ucraina. Il testo è stato messo a punto ieri a Oslo, in una giornata di colloqui con Zelensky ospitata dai governi norvegese e finlandese, alla presenza di rappresentanti di Regno Unito, Francia, Germania, Polonia, Unione europea e Nato, con Jared Kushner collegato a distanza. L’obiettivo dichiarato è un accordo quadro che apra la strada a un negoziato diretto a tre e poi a un tavolo più ampio.
Il valore dell’incontro di Oslo va misurato sulla settimana che lo ha preceduto. I rapporti tra Washington e Kiev erano arrivati al punto più basso: l’intesa di Trump sul petrolio russo, l’attacco frontale del presidente americano a Zelensky accusato di non voler finire la guerra, le polemiche sul rallentamento di Starlink e sulla condivisione dell’intelligence, i missili già pagati dagli europei e non ancora consegnati. Oslo è servita anzitutto a ricucire. Zelensky ha parlato di colloqui costruttivi e di un processo di pace tornato in carreggiata, e ha offerto un segnale concreto: è disposto a sospendere i colpi sulle raffinerie russe se Mosca farà altrettanto.
Sui contenuti della proposta però si sa poco, e quel poco inquieta Kiev. Secondo la stampa americana Trump spinge perché l’Ucraina accetti concessioni territoriali nel Donbass. Si parla anche di garanzie di sicurezza, di ricostruzione, di un vertice tra Trump, Putin e Zelensky che il Cremlino finora ha sempre rifiutato. Mosca ha già fatto sapere che valuterà le proposte americane ma senza concessioni politiche, una formula che lascia aperta ogni interpretazione e che suona come una prima chiusura.
La novità vera è il metodo. Per mesi il dialogo tra Washington e Mosca si è svolto sopra la testa degli europei, che rischiavano di trovarsi a firmare accordi scritti altrove sulla sicurezza del proprio continente. Questa volta le capitali europee sono state coinvolte prima che il piano arrivasse al Cremlino. È un passo che conta, ma non risolve il nodo di fondo: l’Europa siede al tavolo senza avere la forza militare e la coesione politica per determinarne l’esito, e resta dipendente dalle scelte di un alleato che in pochi giorni può passare dall’attacco personale all’abbraccio diplomatico.
Intanto la guerra continua sui civili. Si lavora all’evacuazione di Oleshky, la cittadina sulla riva sinistra del Dnipro dove la popolazione è rimasta intrappolata, e anche il Papa ha chiesto a Zelensky una tregua locale per mettere in salvo chi è rimasto. È forse lì che si misura la serietà di ogni proposta: non nelle dichiarazioni dopo i vertici, ma nella capacità di fermare i colpi su chi non ha scelto di combattere. Se da San Pietroburgo uscisse anche solo un corridoio per Oleshky, sarebbe più di molti comunicati.





