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22 Ottobre 2026Data center, Milano scende in piazza: il problema non è la tecnologia ma la mancanza di un disegno nazionale
Il 10 ottobre, in piazza della Scala, oltre mille persone e una quarantina di comitati arrivati dall’hinterland milanese, dal Pavese e dal Piemonte hanno dato vita alla prima manifestazione nazionale contro i data center. Chiedono una moratoria, cioè la sospensione delle nuove autorizzazioni, e la richiesta è già stata recapitata al governo e al ministero dell’Ambiente. Pochi giorni prima, a Rho, seicento persone avevano sfilato contro i tre impianti previsti in città, mentre a San Bovio, frazione di Peschiera Borromeo dove Microsoft costruisce sull’area dell’ex Postalmarket, una petizione ha superato le quattromila firme.
Liquidare queste proteste come il solito rifiuto del nuovo sarebbe un errore. Ma lo sarebbe altrettanto assumerle come un verdetto sulla tecnologia in sé. I numeri dicono un’altra cosa. La Lombardia ospitava nel 2024 sessantasette delle centosessantotto strutture operative in Italia e concentra circa il sessantatré per cento delle richieste di nuovi insediamenti. Secondo il Politecnico, nei prossimi tre anni quasi un quarto dei nuovi data center europei sorgerà nella città metropolitana di Milano. Presso Terna sono depositate richieste di allaccio per oltre 95 gigawatt, di cui più di 44 nella sola Lombardia. Non siamo davanti a una diffusione, ma a un addensamento.
È qui che la protesta tocca un nervo vero. Quando decine di impianti energivori si accalcano in pochi chilometri quadrati, su aree agricole o accanto a quartieri residenziali, attingendo alla falda per il raffreddamento, il conflitto con chi vi abita diventa inevitabile. Lo ha riconosciuto perfino il sindaco di Certosa, che pure difende l’insediamento previsto nel suo comune e rifiuta la demonizzazione: concentrare troppi impianti, soprattutto i grandi hyperscale, in uno spazio ristretto è un problema di pianificazione.
La parola chiave è proprio questa. L’infrastruttura digitale è diventata la condizione materiale di tutto ciò che chiamiamo intelligenza artificiale, cloud, servizi pubblici in rete. Rinunciarvi significa consegnare altrove, fuori dal Paese e dall’Europa, la custodia dei dati e una quota decisiva del futuro economico. Ma accettarla senza un disegno significa lasciare che siano i soli criteri di mercato a decidere dove: vicino ai grandi nodi, dove i terreni dismessi abbondano e la rete elettrica è già satura.
Esiste un’alternativa al sì indiscriminato e al no generalizzato. È una geografia diversa, che porti i data center dove l’energia, specie quella rinnovabile e stabile, è disponibile; dove il raffreddamento può avvenire ad aria, senza consumare acqua; dove il calore prodotto può essere recuperato; dove le aree produttive esistono già e non serve sottrarre suolo agricolo. Una rete di impianti medi distribuiti nei territori, anziché poche cattedrali concentrate attorno alla metropoli. Questo richiede però una regia pubblica: criteri nazionali di localizzazione, un coordinamento con la pianificazione della rete elettrica, e soprattutto un patto chiaro con le comunità, perché una parte del valore generato resti sul territorio che ospita l’impianto.
La moratoria chiesta dai comitati difficilmente arriverà, e forse non è nemmeno la risposta giusta. Ma la piazza milanese ha posto una domanda che la politica non può eludere: chi decide dove si costruisce l’infrastruttura del secolo, e a vantaggio di chi. Se la risposta resta affidata soltanto agli operatori e alla contingenza delle aree libere, il conflitto si moltiplicherà. Se diventa oggetto di programmazione, la stessa tecnologia che oggi divide può diventare un’occasione di sviluppo per territori che finora ne sono rimasti ai margini.





