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La manovra in preparazione porta con sé una notizia che non dipende da nessuna scelta di governo, ed è forse per questo la più seria: dal primo gennaio 2027 chi andrà in pensione riceverà, a parità di contributi e di età, un assegno più basso di chi ci è andato nel biennio precedente. Insieme, l’età per la pensione di vecchiaia salirà gradualmente: 67 anni e un mese nel 2027, 67 anni e tre mesi dal 2028. Per la pensione anticipata serviranno 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini, uno in meno per le donne. È il primo innalzamento dal 2019, e risparmia soltanto i precoci impegnati in lavori gravosi.
Il meccanismo che riduce gli assegni si chiama coefficiente di trasformazione: è il numero per cui si moltiplica il montante dei contributi versati per ottenere la pensione annua. Ogni due anni viene aggiornato in base alla speranza di vita. Se si vive più a lungo, la pensione deve essere pagata per più anni, e dunque ciascuna annualità si riduce. È già successo: a 67 anni il coefficiente è sceso dal 5,723 per cento del 2024 al 5,608 di oggi, e su un montante ordinario questo ha significato un taglio di circa 460 euro lordi all’anno. La revisione del 2027 andrà nella stessa direzione. Durante la pandemia, quando la speranza di vita era calata, l’effetto si era invertito: un paradosso che dice molto sulla natura puramente contabile del sistema.
C’è poi un effetto meno visibile e più crudele. Per chi ha cominciato a lavorare dopo il 1995, ed è quindi interamente nel sistema contributivo, la pensione di vecchiaia richiede non solo l’età e vent’anni di contributi, ma anche un importo minimo legato all’assegno sociale. Se i coefficienti scendono mentre l’assegno sociale cresce, molte persone con carriere discontinue, salari bassi, periodi di precariato, rischiano di raggiungere l’età senza poter uscire, costrette a lavorare fino a 71 anni.
L’adeguamento automatico fu introdotto per mettere in sicurezza i conti previdenziali, e una logica ce l’ha: un sistema che paga pensioni più lunghe con meno lavoratori attivi deve trovare un equilibrio. Ma un automatismo non è una politica. Applicato in modo uniforme, ignora che la speranza di vita non è uguale per tutti: chi ha fatto un lavoro manuale per quarant’anni vive in media meno di chi ha lavorato in ufficio, e finisce per finanziare con la propria pensione più breve quella più lunga degli altri. Ignora anche che le nuove generazioni arrivano alla pensione con montanti già erosi da ingressi tardivi e salari stagnanti.
Il governo ha a lungo lasciato circolare l’idea di un blocco dei requisiti, ma la sostanza del problema non sta nel mese in più. Sta in un Paese che ha scelto di affidare alla demografia e alle tavole di mortalità ciò che dovrebbe essere una decisione sociale: quanto vale una vita di lavoro e chi deve sopportare il costo dell’invecchiamento. Intanto il fronte sindacale si divide, con il no della Cisl allo sciopero generale. Ma senza un ripensamento che distingua tra lavori e carriere, e che sostenga chi ha contribuito poco perché ha potuto lavorare poco, la previdenza continuerà a funzionare come un meccanismo che si aggiusta da solo, mentre a pagare sono sempre gli stessi.





