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Il 13 ottobre il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva le intese con Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria, insieme ai quattro disegni di legge che ora passano al Parlamento. Le materie sono la protezione civile, le professioni, la previdenza complementare e integrativa, e la tutela della salute nel quadro del coordinamento della finanza pubblica. Le intese durano dieci anni e si rinnovano automaticamente per altri dieci, salvo disdetta. Calderoli parla di passo decisivo, Salvini esulta “da leghista”, e il calendario non è casuale: il via libera arriva alla vigilia del congresso straordinario della Lega.
Bisogna ricordare da dove si viene. La Corte costituzionale aveva smontato il cuore della legge Calderoli. Aveva chiarito che l’autonomia non può essere un trasferimento di blocchi di potere ma solo di funzioni specifiche e motivate. E aveva stabilito che sulle materie che toccano i diritti civili e sociali non si procede senza aver prima definito i livelli essenziali delle prestazioni. Il governo ne ha preso atto a modo suo: ha scelto le materie dove i LEP non sono formalmente necessari. Non è una riforma, è un aggiramento ordinato. Si procede su ciò che si può, perché procedere comunque è il messaggio politico.
Le materie scelte sembrano tecniche, ma non lo sono. La protezione civile è il modo in cui uno Stato risponde a una frana, a un’alluvione, a un terremoto. Frammentarla in sistemi regionali con regole diverse rende negoziabile la solidarietà nazionale. Sulla sanità si afferma che le intese non toccano il finanziamento del Servizio sanitario nazionale né i criteri di riparto. Eppure consegnano alle Regioni più forti margini di organizzazione e di spesa che le più deboli non hanno. In un sistema dove già oggi si emigra dal Sud al Nord per curarsi, ogni autonomia in più per chi è avanti allarga la distanza.
I sostenitori hanno un argomento serio. Le Regioni efficienti avrebbero diritto a non essere frenate da quelle inefficienti, la responsabilità avvicina il potere ai cittadini, e lo Stato centrale ha spesso fallito proprio dove pretende di essere garante. C’è del vero. Chi ha amministrato sa quanto pesi un centralismo che decide senza conoscere i territori. Ma l’autonomia, per essere un principio di responsabilità, deve partire da condizioni eguali. Concessa a chi è già forte, diventa un privilegio certificato.
Il nodo teorico è questo. Una federazione si costruisce mettendo in comune qualcosa; una secessione dolce si fa sottraendo, pezzo per pezzo, ciò che era comune. L’Italia ha faticato un secolo e mezzo a tenere insieme le sue parti, e le tiene insieme ancora poco. Ogni materia sottratta al quadro nazionale senza una cornice di garanzie è un filo che si allenta.
E c’è un paradosso che chi vive in Toscana, regione di mezzo, avverte bene. Questa autonomia è pensata per un Nord che si percepisce come locomotiva. Ma la frattura italiana non corre più soltanto tra Nord e Sud: corre tra centri e margini, tra aree metropolitane e aree interne. Le montagne piemontesi e le valli liguri non guadagneranno nulla da intese pensate per Milano e Venezia. Alla fine perdono tutti: il Sud perché resta indietro, il Nord perché si illude di potersi salvare da solo.
Ora la parola passa al Parlamento. Sarebbe il luogo per una discussione vera, non per una ratifica.





