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6 Novembre 2026La presidente Carletti trasforma la protesta degli studenti in una pratica di edilizia scolastica
Le occupazioni delle scuole senesi di queste settimane hanno una caratteristica che le distingue da una semplice vertenza. Partono dalle aule: le sedi divise, gli spazi che mancano, gli autobus che non coincidono con gli orari. Ma non si fermano lì. Nei comunicati degli studenti del Piccolomini, del Monna Agnese, del Duccio di Buoninsegna la scuola è il punto di partenza di un discorso più largo, che tocca il lavoro, la guerra, il carovita, la qualità dei servizi in un territorio dove andare da un paese al capoluogo è già una fatica. È questa la loro forza politica: usano l’esperienza concreta della scuola per leggere il paese in cui vivono.
La lettera della presidente della Provincia, Agnese Carletti, fa l’operazione inversa. Dichiara di fare proprie le proteste, purché pacifiche, ma le riconduce subito dentro il perimetro delle competenze dell’ente: manutenzioni, solai, infissi, il milione speso in estate, la richiesta di un fondo nazionale per l’edilizia scolastica. Tutto legittimo, ma il risultato è che una domanda politica diventa una pratica amministrativa. Il movimento parla di futuro, la risposta parla di capitoli di bilancio. È un modo di accogliere la protesta che in realtà la ridimensiona: la riporta sull’unico terreno dove l’istituzione sa cosa rispondere e la svuota di ciò che la rende scomoda.
Anche su quel terreno, però, la lettera resta generica. A settembre la Provincia aveva indicato i nodi aperti nel capoluogo, con un fabbisogno di sette-otto milioni. Il Monna Agnese è diviso su tre sedi da nove anni e ha una parte dell’edificio inutilizzabile per i limiti antincendio. Il Galilei ha un’ala chiusa per motivi statici dal 2014. Le carenze di spazi per l’attività sportiva si trascinano da decenni. Nella lettera agli studenti non c’è una data né una cifra. La richiesta di un fondo stabile ha fondamento, ma non può diventare il modo per spostare altrove la responsabilità delle scelte di oggi.
C’è poi il ruolo stesso dell’ente. Una Provincia ridotta dalle riforme a ente di secondo livello cerca legittimazione, e farsi interlocutrice degli studenti è un’occasione. Ma la legittimazione non si costruisce assorbendo il conflitto. Si costruisce prendendo sul serio quello che il conflitto dice, anche quando va oltre le proprie competenze. Il lavoro che manca, i servizi che si diradano nei paesi, il costo della vita che pesa sulle famiglie da cui questi ragazzi vengono sono questioni che una presidente di Provincia può portare nelle sedi dove si decide, invece di rispondere solo per la parte di sua stretta pertinenza.
L’incontro con la nuova Consulta provinciale degli studenti dirà se c’è spazio per qualcosa di più. Se si risolverà in un elenco di interventi edilizi, la protesta sarà stata soltanto gestita. Se invece la presidente saprà ascoltare anche la parte più ampia delle richieste, quella che non passa dai suoi uffici tecnici, avrà dato alle sue parole il peso che pretendono.





