
Piancastagnaio costruisce la sua strategia culturale tra storia, cammini e castagno
14 Luglio 2026
C’è una frase, nell’intervista di Andrea Milanesi a Nicholas Chalmers, che vale l’intero programma di Amiata Music, ed è quella in cui il direttore artistico spiega come immagina il proprio pubblico: chi arriva per un concerto, chi si ferma qualche giorno per vivere l’esperienza completa e, «naturalmente», la comunità locale. Quel naturalmente è la parola più onesta di tutta la conversazione. Perché dice, senza volerlo dire, l’ordine reale delle priorità: prima il visitatore, poi il soggiornante, e infine — come si ricorda una cortesia dovuta — chi in questo territorio ci vive. La comunità non è il presupposto del festival, è la terza voce di un elenco. E in un’altra occasione lo stesso Chalmers ha descritto la campagna toscana come «in the middle of nowhere», con la migliore delle intenzioni, con l’incanto sincero di chi arriva da Londra e trova il silenzio. Ma il nessun-luogo è sempre il luogo di qualcun altro. È il luogo di chi lo abita, lo amministra, ci paga le tasse, ci tiene aperte le scuole con i numeri contati e ci litiga sulle strade provinciali che nessuno asfalta. La retorica del nowhere non è un vezzo linguistico: è l’atto di nascita simbolico di ogni operazione culturale che si posa su un territorio invece di nascerne.
E qui torna la questione che da mesi vado ripetendo a proposito di tutt’altra vicenda, ma con la medesima struttura logica: il nome non è la sostanza. Come non basta conservare l’insegna di una banca per conservare la banca, così non basta chiamare “Amiata” un festival per farne un festival dell’Amiata. Il Forum Fondazione Bertarelli sta a Poggi del Sasso, frazione di Cinigiano, provincia di Grosseto, dentro una tenuta vitivinicola privata, sul Montecucco, ai piedi della montagna. Non è l’Amiata: è ciò che dell’Amiata si vede da lontano, il profilo azzurro sullo sfondo delle etichette del vino. La montagna presta il toponimo e non riceve nulla — non una data, non una ricaduta, non un tavolo, non una riga di programmazione condivisa con i comuni che quel nome lo portano nello statuto. Il songbook che è il progetto-bandiera della nuova stagione, del resto, non porta il nome della montagna: porta quello della fondazione. Anche questo è un lapsus istituzionale che parla da solo.
Nulla di ciò che si fa in quell’auditorium è, in sé, criticabile. Anzi: l’acustica di quella sala è un fatto, il cartellone — DiDonato, Fabio Biondi, Alice Sara Ott, Micheletti — è da capitale europea, le residenze artistiche con lo Young Concert Artists Trust rispondono a un bisogno reale, e l’idea che i musicisti debbano poter lavorare senza la compressione delle prove-e-via è giusta e persino generosa. Il lavoro con le scuole non è di facciata. Ma il merito artistico non è mai stato il punto. Il punto è la forma politica dell’operazione, ed è una forma riconoscibilissima: è la country house opera inglese, Glyndebourne, Garsington, Nevill Holt — da dove Chalmers e Rosenna East letteralmente provengono. È il formato in cui una proprietà agricola privata diventa palcoscenico estivo, il paesaggio diventa scenografia, il pubblico arriva in automobile, cena tra i filari e riparte. Un formato colto, raffinato, e strutturalmente estraneo all’idea che la cultura sia un servizio pubblico che nasce dai luoghi. Che il cartellone 2026 sia stato presentato non ad Arcidosso né a Cinigiano ma alla Casina Pio IV in Vaticano, in un evento riservato, non è un dettaglio mondano: è la mappa esatta di dove il festival crede di stare.
Quando Chalmers dice che l’obiettivo è «creare una comunità», bisogna avere il coraggio di rispondergli che la comunità qui c’è già. Non va creata: va incontrata. È fatta di paesi che si spopolano e resistono, di geotermia, di miniere dismesse, di castagneti, di feste che durano da quattrocento anni, di un tessuto associativo fitto e di amministrazioni che con risorse minime continuano a fare programmazione culturale — la fanno, e la fanno spesso meglio di quanto si creda a Roma o a Londra. Una comunità non la si fonda dall’alto invitandola a partecipare al terzo livello di un pubblico stratificato; semmai si chiede il permesso di entrarci. La differenza tra un festival nel territorio e un festival del territorio passa tutta di qui, e non è una sfumatura sentimentale: è la differenza tra un investimento culturale che lascia radici e uno che lascia soltanto la stagione, il catalogo e l’indotto alberghiero della tenuta.
Perciò la domanda è semplice e la si può porre senza acredine, anzi con l’auspicio che qualcuno la raccolga. Se Amiata Music vuole essere ciò che il suo nome dichiara, allora abiti l’Amiata: una serata a Piancastagnaio o a Santa Fiora, una residenza in un luogo pubblico e non soltanto in una tenuta privata, le scuole dell’Unione dei Comuni Amiata Val d’Orcia dentro il progetto educativo e non solo quelle della provincia di Grosseto, un rapporto istituzionale con i sindaci della montagna. Sono cose che costano poco e valgono molto. Se invece questo non interessa — ed è legittimo che non interessi, perché una fondazione privata risponde ai propri fini e non ai nostri — allora si abbia l’onestà di chiamarsi Montecucco Music, che è nome bellissimo, vero, e soprattutto proprio. Perché prendere in prestito il nome di una montagna abitata per darsi un radicamento che non si ha è, alla fine, la più elegante delle appropriazioni: non toglie niente a nessuno, e intanto si tiene tutto.





