
Enoteca Italiana: un ritorno che sa di identità
10 Maggio 2026«Patrimonio di intelligenza costruito in sessanta anni di attività, merita di portare il proprio nome»
Distretto della pelletteria, giusto riconoscimento Pierluigi Piccini, assessore a Piancastagnaio:
Ho conosciuto Sebastiano Bagnara negli anni in cui entrambi gravitavamo intorno all’Università di Siena. Non era una frequentazione assidua, ma di quelle in cui bastano poche conversazioni per capire che si sta parlando con qualcuno che ha messo a fuoco qualcosa di essenziale. La domanda che Bagnara non smetteva mai di fare era in fondo filosofica: che cosa succede all’intelligenza umana quando cambia il modo in cui le mani producono? È una domanda che la modernità ha rimosso. Il pensiero occidentale ha separato la mente dal corpo, il sapere dal fare, il progetto dall’esecuzione. La fabbrica fordista ha istituzionalizzato questa separazione: chi pensa sta in ufficio, chi fa sta in officina. Ma questa separazione è una finzione. Lo sa chiunque abbia mai imparato a fare qualcosa con le mani: cucinare, suonare uno strumento, riparare un motore. In quel fare c’è pensiero, un pensiero che non precede il gesto ma lo abita, che non si separa dalla materia ma vi si immerge. Bagnara lo chiama sapere incorporato, quella conoscenza che non si può verbalizzare, che si trasmette per imitazione e pratica, che vive nell’esperienza condivisa della bottega. Il maestro pellettiere riconosce un difetto di cucitura a dieci centimetri di distanza, ma non saprebbe descrivere il processo mentale che lo porta a vederlo. Questo sapere vive nel gesto condiviso tra maestro e apprendista, nel tempo lento dell’apprendistato, nella bottega come luogo non solo di produzione ma di trasmissione culturale. Quando la bottega scompare, scompare anche questo meccanismo. E ciò che rimane è un vuoto che né la scuola professionale né il manuale riescono a colmare. Il problema nasce proprio qui. La filiera globale del lusso ha esternalizzato la produzione mantenendo il controllo del brand: le mani che cuciono sono a Piancastagnaio, il logo che vende è a Parigi. In questo spostamento il sapere incorporato si frammenta, perde il contesto in cui si riproduce, rischia di disperdersi nel giro di una generazione. Piancastagnaio, tremila e ottocento anime sul Monte Amiata. Quasi duemila addetti nell’area amiatina producono borse e pelletteria per Gucci, Céline, Prada, che ha già acquisito terreni nel comune per un nuovo polo produttivo alimentato a energia geotermica. Una realtà nata negli anni ’60 dalle ceneri delle miniere di mercurio, cresciuta in sessant’anni fino a diventare uno dei cuori nascosti della moda mondiale. Eppure invisibile: la borsa che esce da un capannone di Piancastagnaio porta un logo parigino, non il nome di chi l’ha cucita. Per questo stiamo lavorando a costruire le condizioni perché questo territorio diventi un distretto riconosciuto: un consorzio tra imprese con voce collettiva, la Scuola di pelletteria del Comune che si accredita per certificare e trasmettere le competenze, e probabilmente un marchio d’origine che renda visibile ciò che oggi è anonimo. Non per tornare alla bottega del passato. Ma perché il sapere incorporato di Piancastagnaio smetta di essere invisibile sotto i loghi altrui e diventi riconoscibile per quello che è: un patrimonio di intelligenza costruito in sessant’anni, che merita di portare il proprio nome.
*Assessore all’Urbanistica, alla Cultura e allo Sviluppo produttivo del Comune di Piancastagnaio





