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Oggi la Presidente del Consiglio ha parlato di Iran dalle frequenze di RTL 125 e ha scelto di non venire a confrontarsi con i rappresentanti del popolo, lasciando o semplicemente subendo un intervento del Vicepresidente Tajani che trovo raccapricciante per mediocrità.
Nel 1979 un aereo di Air France charter porta a Teheran l’Ayatollah Khomeini, tra ali di entusiasmo degli iraniani e anche tra ali di entusiasmo di una parte dell’intellighenzia europea, che commette un errore straordinariamente tragico: pensare che si possa contestare lo Shah — come era giusto fare per la corruzione che vi era — affidando a un regime teocratico il futuro della gloriosa Persia. Questo errore tragico è anche figlio della cultura europea.
In quel momento parte una stagione di 47 anni di repressione delle ragazze e dei ragazzi, delle donne. Parte una stagione devastante di polveriera in Medio Oriente, una stagione di destabilizzazione che inizia subito dall’80 all’88 con la guerra tra Iraq e Iran e che prosegue nel corso degli anni. Questo è l’argomento di discussione, ben prima che l’elenco degli interventi delle nostre organizzazioni turistiche a Dubai.
Si sta parlando del fatto che l’Iran, nel corso degli anni, è diventato la centrale del terrore: combatte una guerra dichiarata contro il grande nemico — gli Stati Uniti — e contro il nemico più piccolo, Israele, attraverso i proxy Hezbollah, Houthi e Hamas, e sceglie di incendiare il mondo con un obiettivo non dichiarato che è la parte riformista del mondo islamico. Si dice «distruggiamo lo Stato d’Israele», ma nella logica estremista degli ayatollah l’obiettivo vero è far sì che l’Islam diventi tutto radicale e si arrivi alla jihad globale.
Questo momento ha un passaggio delicatissimo dodici anni fa, quando lo Stato islamico viene costituito non più dagli sciiti, ma dai sunniti, sulle macerie della Siria e dell’Iraq dopo la battaglia di Mosul — portando all’esplosione della guerra fin dentro casa nostra: non soltanto il califato islamico e le esecuzioni di massa, ma gli attentati al Bataclan, Charlie Hebdo, Bruxelles, Nizza, Londra, la Spagna. Ecco di cosa stiamo parlando, ministro Tajani. Stiamo parlando di un problema ben più grave di quello che lei ci ha raccontato.
Stiamo parlando di un fatto epocale di fronte al quale è evidente che noi stiamo con la nostra storia. È evidente che chi come noi ha frequentato il Medio Oriente ha posto da tanto tempo la questione: il problema è capire se esiste la possibilità per l’Islam riformista di evitare la jihad globale. È accaduto in alcuni Paesi nostri amici che hanno scelto leadership riformiste e avviato un percorso ovviamente lontano dai nostri criteri di democrazia, molto diverso dalle nostre democrazie, ma ampiamente diverso dal regime teocratico degli ayatollah.
Ecco perché noi — che abbiamo tentato negli anni, con il Presidente Prodi e con il nostro Governo, in due momenti diversi, di avere una distensione con l’Iran sulla base delle iniziative di Clinton e Obama, e io sono stato a Teheran per cercare di agevolare lo sforzo riformista di Rouhani — abbiamo dovuto toccare con mano che questo tipo di riforme non ha funzionato, non è stato sufficiente. Chi oggi si permette di dire che la notizia della scomparsa di Khamenei è una brutta notizia non ha capito niente del Medio Oriente: è una grande pagina di speranza per le donne e gli uomini dell’Iran e di tutto il Medio Oriente. Combattere il fondamentalismo islamico è la priorità.
Dopodiché, a fronte di questo, sarebbe interessante discutere di tanti argomenti. Il diritto internazionale, certo — è in crisi non da oggi. Possiamo discutere degli Stati Uniti: a chi come noi ha contestato Trump su tutto non fa velo il fatto che sia stato Trump ad accettare questa iniziativa, perché comunque aver portato alla soppressione di Khamenei è un fatto positivo.
Però c’è il punto che di fronte a questa qualità del dibattito il Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Esteri, anziché confrontarsi nel merito, lancia un appello all’unità e attacca le opposizioni. Non ho mai visto, in una discussione di politica estera, un Governo — né quando c’era Berlusconi, né quando c’era Prodi, a maggior ragione quando c’era la Democrazia Cristiana — che sui dibattiti di politica estera arrivava e attaccava le opposizioni per partito preso. Il Vicepresidente Tajani lo ha fatto attaccando il Presidente Conte in Commissione. Ha attaccato il Presidente D’Alema — il quale mi ha risposto, e io non avrei mai immaginato di arrivare in un momento della mia esperienza politica, dentro un dibattito parlamentare, a citare Massimo D’Alema. Ma lei è riuscito anche a farmi fare questo.
Non vorrei infierire sul ministro Tajani, già impegnato a infierire su se stesso con dichiarazioni e apparizioni televisive che speriamo non danneggino la credibilità della Farnesina. E poi mi attacca dicendo che ho fatto conferenze a pagamento — cosa nota, e non più possibile perché la legge di questo Paese le ha impedite e io ho smesso di farle. Il punto è che Tajani è un’esperienza che non può conoscere: vedendo quello che dice, è altamente improbabile che qualcuno lo paghi per parlare. Al massimo lo pagheranno per tacere. Perché quando uno, a fronte dei problemi tra sunniti e sciiti, viene in aula a dire che quando ci sono i droni bisogna tener chiuse le finestre e quando si prenota il pullman bisogna non disdettare, siamo oltre il livello della politica: siamo all’avanspettacolo. Ci manca che dica la ricetta delle tagliatelle e ci chiederemo se alla Farnesina c’è nonna Pina o c’è la gloriosa tradizione della diplomazia italiana.
Signor Vicepresidente del Consiglio, lei è il capo della Farnesina. Ha il compito di venire in aula e parlarci di politica estera, non di farci un’analisi stanca e contabile di quello che è successo.
Su questo, devo dire al mio amico Ministro della Difesa che non è pensabile fare finta di niente rispetto al fatto che dentro il Governo c’è una contraddizione evidente, c’è una guerra strisciante, c’è qualcuno all’interno dei servizi di intelligence che ha messo di mira il Ministro della Difesa. Sono due anni che su alcune testate ci sono le veline di un conflitto tra il ministro Crosetto e il sottosegretario Mantovano. Sono problemi vostri, ma quando c’è l’interesse nazionale in ballo, quando siamo di fronte a una guerra, quando siamo di fronte a un passaggio epocale, non posso pensare che ci sia una tensione tra i servizi di intelligence della Repubblica italiana e il Ministero della Difesa.
Vorrei dunque che su questi temi ci fosse un dibattito vero su quello che ci aspetta. Quando si arriva a dire che si può colpire Cipro, è evidente che le basi vanno date, è evidente che gli aiuti vanno dati. Quando con un missile di Hezbollah si arriva a colpire l’Unione Europea, soltanto chi non ha a cuore il futuro dell’Europa può pensare di girarsi dall’altra parte. È evidente che noi dobbiamo reagire a quello che sta accadendo, ma dobbiamo farlo con qualità.
E lo dico perché nella qualità del dibattito ci sta anche il rispetto per le opposizioni. Oggi, attaccando il deputato Giacchetti, il Ministro Tajani ha detto anche una cosa di cui forse non si è reso conto fino in fondo: parlando del referendum, ha detto «io sono una persona per bene, io non ho mai avuto problemi, io non sono mai stato inquisito». Decenni di garantismo vengono buttati via dal facente funzione leader di Forza Italia. Non si è mai visto che uno dica di essere una persona per bene perché non ha mai preso un avviso di garanzia. Perché con la Costituzione vigente l’avviso di garanzia non è una condanna di colpevolezza. Non avrei mai immaginato di doverlo spiegare in Senato al capo — o presunto tale — di Forza Italia.





