
The Blank Canvas and the Yellow Letter
8 Marzo 2026
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8 Marzo 2026Una rassegna di marzo 2026
Cinque testi, cinque giorni di marzo, cinque modi di fare i conti con il medesimo problema: che cosa rimane dell’umano quando il reale eccede ogni categoria che gli avevamo preparato. Non si tratta di una domanda nuova — la filosofia ci convive da quando Kant capì che il noumeno non si lascia toccare — ma il modo in cui oggi si ripresenta ha un’urgenza diversa, meno speculativa e più carnale. Gli esseri improbabili, la libertà della sintassi, la bellezza, la diagnosi algorittmica, le foreste pensanti: cinque direzioni che convergono verso un unico punto cieco. Proviamo a tenerle insieme.
I. L’improbabile come categoria del reale
Il libro degli esseri improbabili · Doppiozero, 2 marzo
Esiste una lunga tradizione di cataloghi dell’immaginario — dal Libro delle meraviglie medievale ai bestiari rinascimentali, fino al Manuale di zoologia fantastica di Borges — in cui l’improbabile non è il contrario del reale ma la sua ombra necessaria, ciò senza cui il reale si inaridisce in un elenco di cose già note. Il libro degli esseri improbabili, di cui Doppiozero pubblica una lettura il 2 marzo, appartiene a questa genealogia ma con uno spostamento significativo: il registro non è più favolistico né enciclopedico in senso classico. È piuttosto fenomenologico. Gli esseri improbabili non abitano un altrove mitico; abitano la soglia, quella zona di indistinzione tra ciò che può essere e ciò che non dovrebbe esserlo.
La domanda che il testo solleva sotto traccia è di natura epistemica: chi decide la soglia di probabilità? E con quale diritto? Ogni tassonomia è una forma di potere — Foucault lo sapeva bene — e ogni bestiario, anche il più innocente, presuppone un centro da cui misurare la distanza delle cose. Gli esseri improbabili, in questo senso, non sono mostri: sono la critica vivente di ogni normalizzazione. Sono ciò che il reale produce quando non riesce a rientrare nelle categorie che gli abbiamo costruito intorno.
II. L’alfabeto e la libertà: sulla sintassi come atto politico
“La realtà è come l’alfabeto e la libertà è nella sintassi” · Il Giornale, 3 marzo
La citazione che campeggia nell’articolo del 3 marzo sul Giornale è un fulmine breve: la realtà è come l’alfabeto e la libertà è nella sintassi. Basterebbe questa frase per un intero corso di filosofia del linguaggio. L’alfabeto — i dati, i fatti, le cose — è disponibile a tutti, almeno in linea di principio. Ma la libertà non sta nell’accumulo degli elementi: sta nel modo in cui li si mette in relazione, nell’ordine scelto, nelle dipendenze create, nelle pause introdotte. La sintassi è il campo della decisione.
È una posizione che ha un’evidente radice wittgensteiniana — i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo — ma con un’inversione rispetto alla lettura più comune: non è il linguaggio a limitare la libertà, è la libertà che si esercita esattamente entro i limiti del linguaggio, piegandolo, forzandolo, costruendo connessioni inattese tra parole già note. Ogni grande testo letterario è la prova di questo: Dante non ha inventato parole italiane nuove, ha inventato una sintassi che non esisteva. E ogni forma di dominio, viceversa, agisce prima di tutto sulla sintassi: impone connessioni obbligate, vieta certe adiacenze, rende impensabili alcune frasi.
In questo senso la riflessione intercetta la questione degli esseri improbabili del giorno precedente: l’improbabile è tale perché la sintassi dominante non lo prevede. La libertà consisterebbe allora nel costruire frasi in cui l’improbabile diventa dicibile.
III. La bellezza come scandalo
Che cos’è questa bellezza · Substack / Demetrio Paolin, 4 marzo
Demetrio Paolin pubblica il 4 marzo su Substack un pezzo il cui titolo è una domanda che finge di essere retorica ma non lo è: Che cos’è questa bellezza. Non la bellezza in generale, astratta e classificabile secondo i canoni dell’estetica scolastica. Questa bellezza: quella che capita, che sorprende, che non si era attesa. Il dimostrativo è tutto: segnala un’esperienza concreta, situata, irriducibile a definizione.
Paolin lavora su una questione che Jean-Luc Marion ha esplorato con strumenti fenomenologici nella sua teoria dei fenomeni saturi: ci sono eventi che danno più di quanto l’intuizione possa contenere, che sfondano l’orizzonte dell’attesa. La bellezza è uno di questi. Non si può prevederla, non si può progettarla — si può solo predisporsi a riceverla, il che è già una forma di ascesi. Il bello fa scandalo perché interrompe: interrompe il calcolo, la routine, la narrazione che stavamo costruendo. È un’irruzione, non una conferma.
C’è in questo una risonanza con la sintassi di cui parla l’articolo del giorno prima: la bellezza è ciò che accade quando una combinazione di elementi — parole, forme, suoni, gesti — produce qualcosa che nessuno dei singoli elementi conteneva. È un effetto sintattico che eccede la propria causa. E proprio per questo non è riducibile all’algoritmo: un algoritmo può generare combinazioni, ma non può stupirsi del risultato.
IV. La diagnosi algorítmica e il corpo del medico
Se l’intelligenza artificiale fa la diagnosi, a che cosa servono i medici? · OpenIMT, 5 marzo
La domanda posta da OpenIMT il 5 marzo è la più apparentemente pratica delle cinque, ma è in realtà la più vertiginosa: se l’intelligenza artificiale fa la diagnosi, a che cosa servono i medici? La risposta superficiale — servono ancora, perché ci vuole l’umano — è esatta ma vuota finché non si dice in che senso ci vuole l’umano e che cosa fa quell’umano che la macchina non può fare.
Proviamo a dirlo partendo da ciò che abbiamo già incontrato. La macchina lavora sull’alfabeto — sui dati, sui pattern, sulle correlazioni statistiche tra sintomi e patologie. Lo fa meglio di qualsiasi clinico umano per quanto riguarda la velocità e l’ampiezza del campione. Ma la diagnosi non è solo riconoscimento di pattern: è un atto di presenza. Il medico entra in relazione con un corpo che soffre, con una storia che quel corpo porta scritta addosso in modi che non sono tutti codificabili, con un’attesa che non è mai solo biologica. È qui che la sintassi di cui parlavamo torna utile: la macchina dispone dell’alfabeto clinico con precisione impareggiabile, ma la libertà diagnostica — quella che costruisce un senso attorno alla malattia, che restituisce al paziente una narrazione abitabile — è ancora e necessariamente umana.
C’è di più. La bellezza di cui scriveva Paolin il giorno prima ha un corrispettivo in medicina: si chiama intuizione clinica. Quella sensazione che qualcosa non torna, che il quadro d’insieme non è quello che i dati suggeriscono, che bisogna cercare altrove. È un fenomeno saturi nel senso di Marion: eccede la somma dei suoi elementi. Un algoritmo non la produce, perché non ha corpo, non si stanca, non si preoccupa. E forse è proprio questa vulnerabilità condivisa — il medico che può ammalarsi, che conosce la morte non come statistica ma come possibilità propria — a rendere possibile l’incontro terapeutico.
V. Le foreste pensanti: oltre il confine dell’umano
Foreste pensanti. Per un’antropologia oltre l’umano · sudio sūn, 6 marzo
Il saggio pubblicato da sudio sūn il 6 marzo prende un titolo che è già una tesi: foreste pensanti. Non foreste che sembrano pensare, non foreste che usiamo come metafora del pensiero: foreste che pensano, con tutta la serietà ontologica del verbo. È la posizione delle cosiddette ontologie multispecies, che a partire da Donna Haraway e Eduardo Kohn rimettono in discussione il confine tra mente e natura, tra soggetto e ambiente, tra umano e non-umano.
Kohn, nel suo Come pensano le foreste, parte dall’osservazione che i processi semiotici — la produzione di segni, l’interpretazione, la rappresentazione — non sono esclusiva degli esseri dotati di linguaggio simbolico. Anche gli alberi, anche i funghi, anche le reti micorriziche producono e interpretano segni, rispondono a informazioni, modulano il proprio comportamento in base a ciò che l’ambiente comunica. Non è una metafora: è una tesi empiricamente fondata, supportata da studi sull’intelligenza delle piante e sulla rete di comunicazione chimica e miceliale che connette gli organismi forestali.
Qui il cerchio dei cinque testi si chiude, o meglio si apre definitivamente. Se la realtà eccede l’alfabeto che gli abbiamo preparato — se esistono esseri improbabili, se la bellezza irrompe, se la diagnosi chiede un corpo, se le foreste pensano — allora l’umano non è la misura di tutte le cose ma è una delle cose misurabili. Non è la fonte del senso ma è uno dei luoghi in cui il senso accade. Heidegger direbbe che non siamo noi a parlare il linguaggio ma è il linguaggio a parlare attraverso di noi — e forse anche attraverso gli alberi, le reti fungine, le connessioni sinaptiche di un bosco di faggi in autunno.
Coda: cinque testi, una sola domanda
Proviamo a formulare la domanda che tutti e cinque questi testi, in modi diversi, stanno facendo: che cosa teniamo quando il confine dell’umano si sposta? Che cosa resta dell’esperienza quando la macchina fa la diagnosi, quando la foresta pensa, quando la libertà si scopre sintattica piuttosto che sostanziale, quando la bellezza è un fenomeno che ci attraversa piuttosto che un valore che produciamo?
Non c’è risposta da offrire qui, e sarebbe disonesto fingere che ce ne sia una. Ma c’è una postura che questi cinque testi, letti insieme, sembrano suggerire: non la nostalgia per un umano sovrano che non è mai esistito, non l’entusiasmo per la dissoluzione di ogni confine, ma qualcosa di più difficile — la disponibilità a stare sulla soglia, a tenere aperta la tensione tra il riconoscimento e la meraviglia, tra il sapere e lo stupirsi. Quella disponibilità si chiama, con una parola che la filosofia continentale ha logorato ma non esaurito, cura. Non nel senso terapeutico né nel senso assistenziale: nel senso heideggeriano di Sorge, di essere-nel-mondo come esposizione a ciò che importa.
Gli esseri improbabili importano. La sintassi importa. La bellezza importa. Il corpo del medico importa. Le foreste pensanti importano. Non perché li abbiamo scelti ma perché sono già lì, a chiederci conto di ogni confine che tracciamo.





