
Mormorii — Francesco Carone at the Rocca Aldobrandesca of Piancastagnaio
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C’è un gesto che precede la mostra. Una corona d’oro, fragile, quasi festosa, posata tra i rami di tre cipressi davanti alla muraglia della Rocca. Chi arriva non sa ancora che sta entrando in qualcosa. Eppure è già dentro.
Il cipresso è l’albero che non cede. Non cambia colore con le stagioni, non si allarga, non si distrae. Sale. È verticale per vocazione, come una preghiera o come una sentinella. Nel paesaggio mediterraneo porta con sé tutta una teologia involontaria: sta tra i vivi e i morti, tra il tempo che passa e quello che resta. Incoronarlo non è un atto decorativo. È un atto di riconoscimento: la natura ha una sovranità propria, anteriore e indifferente a quella umana. La corona d’oro non aggiunge nulla al cipresso — è il cipresso che trasforma la corona, che la reintegra in un ordine di grandezze che l’aveva preceduta.
E dietro, la Rocca. Pietra su pietra, costruita per durare e per escludere, per controllare il territorio e per fare la guerra se necessario. È un potere che si enuncia con la materia, che non ha bisogno di simboli perché è esso stesso simbolo. La muraglia non mormora: tace, con la solidità di chi non ha più niente da dimostrare.
Tra i due — la corona d’oro sul cipresso vivo e la muraglia morta — Francesco Carone apre una dialettica di sovranità che non si risolve. Non dice che la natura vince sul potere, né che il potere sopravvive alla natura. Lascia la tensione aperta, sospesa, esattamente come un mormorio: qualcosa che si percepisce ma non si afferra, che ha senso ma non si lascia parafrasare. L’oro porta con sé il sacro, il solare, il regale senza ironia. Una corona d’oro tra i cipressi davanti a una rocca medievale è quasi un’icona: un’immagine che potrebbe stare in un polittico del Trecento, dove ogni elemento ha il suo peso simbolico preciso e niente è casuale. Carone lavora in questo registro, con la consapevolezza che certi luoghi hanno già una grammatica visiva sedimentata, e che interferire con quella grammatica è l’unico modo per dirle qualcosa di nuovo.
Mormorii è un titolo che lavora sotto la soglia del dichiarato. Non grida, non dichiara, non spiega. Sussurra. E chiunque abbia mai prestato attenzione a ciò che sta appena sotto il livello del percepibile — al fruscio dei cipressi, al silenzio pesante di una rocca medievale, alla vibrazione di un luogo che ha memoria — sa che è lì che le cose importanti accadono.
La Rocca Aldobrandesca di Piancastagnaio non è un contenitore neutro. È un luogo che ha già il suo linguaggio, la sua stratificazione, la sua resistenza simbolica. Portarci dentro Mormorii significa accettare un dialogo difficile, in cui l’opera non può semplicemente occupare lo spazio ma deve negoziarlo. Lo dimostra la corona d’oro di Carone, che comincia prima della soglia, che interpella il visitatore prima ancora che entri, che lo mette in uno stato di ascolto.
È di questo che ha bisogno un luogo come questo. Non di essere illustrato, né celebrato. Di essere ascoltato.
Mormorii si inaugura sabato 28 marzo alle ore 15 alla Rocca Aldobrandesca di Piancastagnaio.





