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Piccole epifanie da un’America che scorre
C’è un momento preciso in cui il flusso della storia rallenta e diventa leggibile, come quando un fiume in piena trova all’improvviso un’ansa e l’acqua, invece di correre, gira su se stessa. È il momento in cui si vede cosa galleggia.
Il New Yorker di questa settimana galleggia su quattro cose: Putin, un papa, la moda, e Marcel Duchamp. Quattro cose apparentemente separate. Quattro epifanie dello stesso tempo.
Putin è in difficoltà. Droni, blackout internet, economia che arranca. La notizia viene servita con la consueta eleganza newyorkese, quasi en passant, come si annuncia che è cambiato il tempo. Eppure quella frase — it’s been rough for Vladimir Putin — contiene un’ironia quasi beckettiana. Un uomo che ha costruito la sua immagine sull’invulnerabilità è ora descritto con l’aggettivo che si usa per i brutti lunedì. Rough. Ruvido. Come una superficie che graffia invece di scivolare. La storia, quando finalmente gira, non lo fa con fragore. Lo fa con aggettivi piccoli.
Leone XIV compie un anno di pontificato. Paul Elie scrive che è diventato a moral authority and celebrity — e la congiunzione è già un saggio intero. Autorità morale e celebrity. Non nonostante, non contro. E. Come se il tempo presente avesse finalmente trovato la formula per rendere compatibili la profezia e il seguito su Instagram. C’è qualcosa di vertiginoso in questo. Giovanni Paolo II aveva carisma, ma il mondo non aveva ancora gli algoritmi. Francesco aveva il gesto mediatico, ma non la sistematicità dottrinale. Leone XIV — e siamo solo alle prime ipotesi, alle prime letture — sembra muoversi in quello spazio strano in cui la categoria del sacro si sovrappone alla categoria dell’influencer senza che nessuna delle due ne esca disonorata. È un enigma antropologico che nemmeno Bourdieu aveva previsto.
Il link più cliccato della newsletter era un podcast sulla moda. Questa è la notizia più onesta di tutte. Non Putin, non il Papa. La moda. I Critics at Large che discutono dello stato del vestire. C’è in questo dato grezzo — il numero di clic — una piccola fenomenologia della contemporaneità che vale più di molti editoriali. La gente vuole sapere come ci si veste. Vuole capire se c’è ancora un codice, se le forme hanno ancora senso, se il corpo è ancora un linguaggio o è diventato solo un supporto pubblicitario. Byung-Chul Han direbbe che è la ricerca disperata di una forma nell’era della trasparenza totale, quando tutto è visibile e niente è leggibile. Io dico più semplicemente che la moda è l’unico luogo dove la filosofia del tempo presente si fa tangibile, letteralmente indossabile.
E poi c’è Duchamp. Al MoMA. Prima retrospettiva nordamericana dal 1973. Hilton Als indica tre opere a cui prestare attenzione.
Duchamp è il fantasma nell’ansa del fiume. È l’uomo che ha deciso — cent’anni fa, quasi — che l’arte non è nel fare ma nel designare, non nel gesto ma nel puntare il dito. L’orinatoio che diventa fontana non è una provocazione: è una domanda epistemologica che il Novecento non ha mai finito di rispondere. Cos’è arte? Ma soprattutto: chi decide? E soprattutto ancora: perché dovremmo credere a chi decide?
Mettete insieme le quattro cose. Putin che perde autorità. Un papa che la guadagna diventando celebrity. La gente che clicca sulla moda cercando un codice. Duchamp che torna a chiedere: ma chi ha firmato questa cosa, e perché vi fidate?
È il medesimo gesto. Il gesto del tempo che si interroga sulla propria legittimità.
Il New Yorker è, tra le riviste occidentali sopravvissute, quella che conserva meglio l’arte di mettere cose vicine senza spiegarle. Non fa editoriali unificanti. Lascia che la giustapposizione lavori. E questa settimana la giustapposizione dice: siamo in un momento in cui le autorità tremano, le nuove autorità nascono da luoghi imprevisti, la gente cerca forme per capire il corpo e il mondo, e un artista morto nel 1968 ha ancora ragione su tutto.
Rough, appunto. Ma illuminante.





