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Dai fantasmi interiori alle tensioni geopolitiche del presente viene costruita una mappa visiva dell’inquietudine A Reggio Emilia “Fotografia europea”, il festival della foto contemporanea, riflette sulle forme invisibili del nostro tempo: migrazioni, schermi, isolamento
L’edizione 2026 di “Fotografia europea” a Reggio Emilia, a cura di Arianna Catania, Tim Clark, Walter Guadagnini e Luce Lebart, si veste di tracce, di ologrammi, di corpi definiti con il vento, figure impalpabili che emergono dalla memoria nebulosa del passato, ma anche dalla pungente contingenza di un presente instabile e incerto. Quello che ricongiunge tutto è la netta sensazione di inafferrabilità, di essere spettatori di una dimensione limbica, una soglia schiacciata tra forze contrastanti come il visibile e l’invisibile, la materia e lo spirito, la presenza e l’assenza, ma anche la dimensione interiore e quella sociale e politica. Il tema di quest’anno – “fantasmi del quotidiano” – apre i confini immaginativi della kermesse emiliana dedicata alla fotografia, perché in quella dimensione sospesa e satura del peso della presenza, non per forza visibile, converge un calderone di chiavi di lettura, di visioni, di storie e anche di modi di intendere la fotografia stessa. È il caso di due progetti agli antipodi come struttura e linguaggio fotografico, Stains and Ashes di Ola Rindal e Bravo di Felipe Romero Beltrán, entrambi ospitati al quartier generale di “Fotografia europea”, i Chiostri di San Pietro, forte, quest’anno ancora di più, della propria estetica del non-finito. Rindal si serve di una personale interpretazione del quotidiano, soffermandosi sui dettagli dell’ordinaria vita di tutti i giorni, come una macchia su un tavolo, un paesaggio urbano o un ragno; e lo fa con un bianco e nero, effetto flou, che aggancia le immagini di Stains and Ashes a un ancestrale serbatoio dell’inconscio, a una dimensione atemporale dove la soggettività dell’autore emerge delicatamente. Diverso approccio, invece, per Felipe Romero Beltrán, che indaga con uno stile documentario l’attraversamento dei migranti del Rio Bravo, fiume che solca il confine tra Stati Uniti e Messico. La storia che racconta Felipe, in maniera rigorosa e pu-lita, è la storia di una transizione limbica, al contempo umana, sociale e politica. In generale, soprattutto ai Chiostri di San Pietro, le narrazioni personali, intime, rese spesso concettualmente come, ad esempio, Our Hidden Room di Mohamed Hassan o The Season di Giulia Vanelli – dialogano come contraltari di lavori che inquadrano, invece, la contingenza di un quotidiano che porta l’uomo alla sua alienazione, al suo isolamento rispetto alla società, che lo conduce a dei baratri mentali, come nel caso di Automated Refusal di Salvatore Vitale, progetto sull’instabilità del lavoro digitale e sulla condizione di incertezza di chi lo vive o ancora Milk Wood, risultato della diretta committenza del festival a Simona Ghizzoni. Di origine reggiana Ghizzoni torna nella sua città, per un’indagine antropologica ed etnografica sul quartiere della stazione di Reggio Emilia, attanagliato dallo spaccio di droga e dalla criminalità. «I fantasmi del quotidiano sono le persone che incontriamo ogni giorno senza vederle? Siamo noi stessi quando percorriamo strade a passo svelto, quando vediamo con la coda dell’occhio?», si chiede la fotografa per mettere in moto una ricerca che, prima di tutto, ha necessitato del giusto tempo per l’incontro, con lo spazio da indagare, con le persone che lo abitano, con una dimensione di sofferenza che era degna di essere vista e osservata. Sempre ai Chiostri di San Pietro, di particolare rilievo, il lavoro di Frédéric D. Oberland, Vestiges du futur, una resa stratificata tra immagini e suono che rende in maniera calzante, sia dal punto di vista allestitivo sia simbolico e concettuale, l’idea di un “invisibile” reso osservabile. Allontanandoci, invece, dai contrasti limbici dei Chiostri di San Pietro, Palazzo Da Mosto si conferma cornice di sperimentazioni e linguaggi contemporanei con l’interessante collettiva curata da Arianna Catania, Ghostland. Qui è il linguaggio dello schermo luminoso, attraverso cui la nostra fruizioni alle immagini contemporanee è mediata, a rendersi raccordo, facendoci riflettere su come questo tipo di dispositivi sia diventato a tutti gli effetti uno spazio di riflessione visiva capace di condizionare il nostro rapporto con il mondo esterno, con la percezione di sé stessi e della collettività. Ne sono un esempio le immagini di Zoé Aubry in Effet miroir | Faire écran, con cui l’autrice richiama alle tecnologie per la produzione di immagini per la chirurgia estetica, generando volti ibridi concepiti come puzzle di tasselli interscambiabili; o Camouflage di Visvaldas Morkevicius che ci mostra la normalizzazione della violenza bellica attraverso gli schermi di quei droni che, telecomandati da remoto, generano distruzione e morte; o ancora Indre Šerpytyte con This Is How We Win Wars, installazione visiva di clip trovate sul web che riproducono in loop balli e gesti scanzonati e ludici di soldati, ripresi in momenti privati, creando un cortocircuito che devia dalla tragicità del loro ruolo; o Next Door di Carolyne Drake, in cui l’autrice riflette sulla produzioni di immagini tramite le telecamere di sorveglianza.
Ghostland descrive uno spaccato contemporaneo in cui gli schermi alienano, manipolano, distanziano, e nell’ipertrofia di produzioni di immagini e di contenuti dei giorni nostri l’arte può servire anche e soprattutto come spazio di pensiero critico. Infine, per rendere in chiave storica il tema “fantasmi del quotidiano”, la mostra a Palazzo Scaruffi, a cura di Walter Guadagnini, 200×200. Due secoli di fotografia, in cui viene presentato, in una specifica sezione, anche il binomio tra fotografia e fantasmi inteso nella sua accezione più letterale, cioè con la fotografia spiritistica di inizio XX secolo. Ma al di là di questa chicca foto-ologrammatica la mostra è un percorso di ampio respiro per omaggiare un anniversario di tutto rispetto per la fotografia, i suoi 200 anni da quella prima immagine fotografica firmata, nel 1826, da Joseph Nicéphore Niépce, Point de vue du Gras. Shirley Jackson scriveva dei fantasmi che animano l’uomo, perché spesso essi si nascondono proprio nella sua dimensione interiore, nelle sue paure, nei suoi traumi, nelle parti più oscure, nelle sue crudeltà. Anche i fantasmi di questa edizione di “Fotografia europea” si discostano dalle presenze ologrammatiche che ad inizio ‘900 la fotografia diceva di saper rivelare; sono presenze/assenze più sottili, metaforiche, inconsistenti, che serpeggiano tra passato e presente, che si radicano nelle crepe del nostro oggi. I fantasmi, spesso, siamo noi stessi, come risultato di una società alienante e ingiusta.





