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10 Maggio 2026
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10 Maggio 2026C’è un momento preciso in cui la scultura smette di essere un corpo nello spazio e diventa la condizione stessa perché lo spazio si apra. Non è un momento visibile. È la soglia che separa due concezioni del mondo.
Da una parte lo spazio della fisica moderna, quello che da Galileo e Newton in poi abbiamo imparato a misurare, calcolare, dominare — estensione uniforme, omogenea in ogni direzione, conquistabile all’infinito. Dall’altra qualcosa di anteriore, di più antico, che le lingue conservano nei loro strati profondi e che il pensiero fatica a nominare senza tradire.
In tedesco räumen significa fare spazio, aprire, dissodare. Non riempire, non occupare: liberare. E nella parola Lichtung — quella radura nella foresta che non è tale per via della luce che vi penetra, ma per l’alleggerirsi della materia, il suo divenire libera e permeabile — risuona qualcosa che riguarda l’arte prima ancora che il bosco. L’artista che lavora la pietra o il ferro non conquista lo spazio: lo concede. Lo chiama. Lo lascia essere.
Chillida lo sapeva dalla parte delle mani. Lavora il ferro con la tecnica dei fabbri baschi, senza cercare effetti, senza inseguire il fascino. Le sue sculture non descrivono lo spazio: lo istituiscono. I vuoti che aprono nei blocchi di chamotte, nelle armature di ferro, nei fogli di carta sospesi da fili sottilissimi, non sono mancanze — sono la cosa stessa. Il vuoto di una scultura di Chillida non è assenza di materia: è materia che si fa capace di accogliere. Come il bicchiere che svuotiamo non per togliere, ma per renderlo aperto alla ricezione.
Questo rovesciamento è filosoficamente enorme, anche se si esprime attraverso le mani piuttosto che attraverso i concetti. Il luogo non preesiste alla cosa che lo abita: è la cosa stessa a istituire il luogo, ad aprire una contrada, a raccogliere intorno a sé il mutuo appartenere degli enti. E se le cose stanno così, allora lo spazio fisico-tecnico — lo spazio della dominazione — non è lo spazio originario, ma un suo derivato: qualcosa che viene dopo, che presuppone già aperta quella dimensione di cui pretende di essere l’unica misura.
Ecco perché la scultura è una contesa con lo spazio, non una sua presa di possesso. Contendere significa restare in relazione con qualcosa che non si lascia ridurre, che oppone resistenza, che ha una sua natura. Il ferro di Chillida resiste. L’alabastro resiste. La chamotte che Hans Spinner gli fa conoscere resiste a modo suo, con la sua asperità, la sua durezza che è diversa dalla durezza del metallo ma non meno reale. L’artista che non cerca la resa facile della materia, che non vuole materia passiva, scopre nella resistenza la forma della libertà — tanto sua quanto della cosa.
Questo ha un nome antico: aidos, quel pudore davanti a ciò che emerge dal ritrarsi e viene in presenza conservando il proprio segreto. Le sculture greche arcaiche che avevano colpito il giovane Chillida al Louvre portano questa qualità: non sono lì per essere ammirate, sono lì per far essere il mondo intorno a loro. Non rappresentano: istituiscono.
Il pensiero contemporaneo fatica con questa categoria. Siamo abituati a un mondo dove l’arte si legitima attraverso il mercato o attraverso la provocazione — due facce della stessa moneta, entrambe figlie della logica della prestazione. Byung-Chul Han direbbe che anche l’arte è stata colonizzata dalla società della trasparenza, costretta a mostrarsi, a rendersi disponibile, a non avere segreti. Ma l’opera che non ha segreto non è opera: è prodotto. Il segreto — el segredo, come ripeteva Chillida — è la condizione perché la cosa rimanga cosa, perché non si dissolva nell’ovvio.
Bernard Stiegler avrebbe detto che la tecnica, divorando il tempo e lo spazio, ha distrutto le condizioni di possibilità dell’esperienza estetica: non c’è più il ritmo lento della lavorazione artigianale, non c’è più la resistenza del materiale come scuola dell’attenzione. Si produce in fretta, si consuma in fretta, si dimentica in fretta. La dimensione contemplativa — quella che Chillida cercava nel «punto estremo dell’acuto» dove regna il silenzio — richiede un tempo che la modernità accelerata non concede.
Eppure qualcosa resiste. Resiste nel fatto che lo spazio continua a essere esperito — nonostante tutto — in modo diverso dallo spazio calcolabile. Nessuno abita davvero uno spazio geometrico: si abita un luogo, che ha una storia, un odore, una qualità della luce, un modo di raccogliere intorno a sé le cose che lo popolano. La distinzione heideggeriana tra spazio e luogo non è un esercizio accademico: tocca qualcosa di vissuto che la fenomenologia ha cercato di portare alla parola.
Hartmut Rosa parlerebbe di risonanza: quella qualità dell’esperienza in cui il mondo smette di essere un insieme di oggetti da controllare e diventa qualcosa che ci risponde, ci chiama, ci trasforma. L’opera d’arte — quando è vera opera — è una macchina di risonanza. Non perché ci dia emozioni preconfezionate, ma perché apre uno spazio in cui siamo ricettivi a qualcosa che non abbiamo programmato.
La scultura, più di ogni altra arte, lo fa attraverso la presenza fisica. Non si può sfuggire al corpo di una scultura. Occupa un luogo reale, ha peso reale, proietta ombre reali. E tuttavia — ed è qui il paradosso che Chillida ha lavorato per una vita intera — l’essenziale nelle sue opere non è la materia che c’è, ma quella che non c’è. Il vuoto che le forme cingono, stringono, custodiscono senza possedere.
Non è un gioco intellettuale. È una domanda ontologica fatta con le mani: cosa significa che qualcosa esiste? Che differenza c’è tra un blocco di granito e una scultura ricavata dallo stesso granito? Non la quantità di materia rimossa. Qualcosa di più sottile: la capacità di aprire un luogo, di istituire una contrada, di far sì che l’intorno divenga un intorno significativo, abitabile, capace di raccogliere.
Aristotele aveva scritto che il topos — il luogo — è qualcosa di grande importanza e difficile da cogliere. Tremila anni di filosofia non hanno esaurito questa difficoltà. La scultura la lavora ogni volta da capo, con gli strumenti di chi sa che certe domande non si risolvono: si tengono vive.





