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C’è una scena che ritorna, in questi giorni di maggio, con la puntualità di un’ossessione: un uomo su una bicicletta, un campo, una strada dritta che porta da qualche parte e da nessuna parte. Bakari Sako, bracciante, morto come si muore quando si è invisibili — di fatica e di indifferenza, ai margini di un’Italia che raccoglie i frutti e non guarda chi li raccoglie. Il Foglio gli ha dedicato alcune righe. Noi le leggiamo, abbattiamo il giornale, e continuiamo a scrivere.
Continuiamo a scrivere perché è quello che sappiamo fare. E perché qualcuno, in questo periodo, ci assicura che farlo è diventato più facile. L’intelligenza artificiale, ci spiega Linkiesta con il tono di chi porta buone notizie, sta cambiando il modo di scrivere — e non è detto che sia un male. Può darsi. Ma cambiare il modo di scrivere non è la stessa cosa che cambiare il modo di vedere. La macchina può costruire una frase, può anche costruirla bene; non può sedersi davanti a Bakari Sako e chiedergli come si chiama il paese da cui viene, quante ore ha pedalato quella mattina, se ha ancora qualcuno che lo aspetta.
Nel frattempo, a Venezia, la Biennale apre i suoi padiglioni e adotta — come sempre — la retorica dell’ONU: i popoli, i dialoghi, le culture in ascolto reciproco. Lucy, che di queste cose sa, lo dice con la chiarezza che merita: la Biennale non è l’ONU, anche se da sempre ne adotta il lessico. L’arte può testimoniare il mondo, può anche turbarlo; raramente lo governa. I padiglioni chiudono, i braccianti restano sui campi, le biciclette arrugginiscono.
Anna Griva, scrittrice greca, dice ad Avvenire che i bambini ci ricordano la libertà. È una frase che potrebbe sembrare consolatoria, e invece è tagliente. I bambini non hanno ancora imparato a distinguere tra ciò che è possibile e ciò che è permesso. Guardano il mondo come se fosse ancora da fare. Noi adulti, invece, abbiamo già deciso cosa è realizzabile e cosa no, chi merita un nome sui giornali e chi no, quale morte è degna di essere raccontata e quale si lascia scivolare nel silenzio delle statistiche.
Fatherland di Paweł Pawlikowski — lo recensisce il Cinematografo, con quella circospezione critica che si riserva alle cose serie — è un film che torna sull’Europa del Novecento, sui suoi dolori irrisolti, sulle genealogie di colpa e di esilio che non smettono di pesare. Pawlikowski è uno di quegli autori che non concedono redenzione a buon mercato. Il passato non si chiude, dice il suo cinema. Rimane aperto come una ferita, come una domanda senza risposta, come una strada di campagna che un uomo percorre in bicicletta ogni mattina, prima dell’alba, senza che nessuno lo veda partire.
E noi scriviamo. Scriviamo con le macchine o senza, a Venezia o nei campi, in greco o in polacco o in italiano. Scriviamo perché è l’unico modo che conosciamo per non essere del tutto complici del silenzio. Non basta, lo sappiamo. Non è mai bastato. Ma è quello che abbiamo — questa ostinazione minima, questo gesto che ricomincia ogni giorno, come una bicicletta che riparte su una strada dritta, verso un orizzonte che non promette nulla e che proprio per questo vale la pena di raggiungere.





