
MPS-Mediobanca, i dubbi di Bazoli che pesano come macigni
24 Maggio 2026
di Pierluigi Piccini
C’è un gesto che si ripete, in questi mesi, lungo la penisola. Un sindaco accoglie un autore nella chiesa sconsacrata del suo borgo, si dispongono le sedie, arrivano il presidente del Consorzio e il vice direttore di una banca, si stappa qualcosa di denominato. L’autore parla di territorio, identità, comunità, futuro. Il sindaco annuisce e poi scrive un post sui social. Il ciclo si chiude. È il Tour DOP, la tournée istituzionale del libro di Mauro Rosati, La filosofia della DOP Economy (Treccani, 2026), e il caso di Montalcino — con Silvio Franceschelli nella parte del sindaco entusiasta — è una delle tappe più emblematiche di questa operazione.
Vale la pena sostare su di essa, perché rivela qualcosa di strutturale nel modo in cui un certo pensiero economico-territoriale si autorappresenta in Italia.
Cominciamo dal libro. Rosati è direttore della Fondazione Qualivita e di Origin Italia, l’associazione che riunisce i Consorzi di tutela italiani. Non è un osservatore esterno del sistema DOP: ne è uno dei vertici istituzionali. Questo non invalida automaticamente le sue tesi, ma pone una domanda metodologica elementare che il libro non affronta mai: può chi dirige un sistema descrivere criticamente quel sistema? La risposta implicita di Rosati è sì, e la forma che sceglie per farlo — il “libro pop”, dice lui stesso, “con un linguaggio accessibile e non tecnico” — è già una scelta ideologica. La popolarità come schermo dalla precisione concettuale. La leggibilità come garanzia di onestà.
Il libro mobilita una costellazione di nomi filosofici — Galimberti in prefazione, Recalcati nelle citazioni, Sennett, Montanari, Fischler — ma li usa come cornice ornamentale, non come strumenti di analisi. Galimberti serve a dire che i valori orientano i comportamenti. Recalcati serve a dire che le istituzioni tengono insieme le persone. Sennett serve a dire che la collaborazione è importante. Nessuno di questi autori viene interrogato: vengono convocati come testimoni d’eccellenza, esattamente come le DOP vengono convocate come testimoni del territorio. Il meccanismo è lo stesso: il nome autorevole certifica, non argomenta.
Il cuore filosofico del libro — per quanto si possa parlare di nucleo filosofico — è la tesi che i prodotti DOP non siano più solo beni da consumare, ma “economia, cultura, identità, comunità, istituzioni e democrazia”. È una affermazione che scala rapidamente verso l’universale senza mai fermarsi al particolare. Cosa significa esattamente che un prosciutto è “democrazia”? In quale senso la denominazione di origine produce istituzioni democratiche, quando sappiamo che la governance consorziale è storicamente dominata dai grandi produttori, che i piccoli agricoltori raramente siedono ai tavoli decisionali, che le quote di produzione tendono a concentrarsi nel tempo? Il libro non lo dice, o meglio: lo aggira elegantemente con la formula “limiti e contraddizioni”, che compare nella quarta di copertina come una concessione retorica e non viene poi sviluppata con alcuna serietà analitica.
Il momento più rivelatorio è la citazione di Lorenzetti. Rosati evoca l’Allegoria del Buon Governo — il grande affresco di Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena, 1338 — per segnalare che lì compare la prima immagine nota del maiale di Cinta Senese: “simbolo di un’economia circolare ante litteram, nutrita di ghiande e radici.” È una affermazione che sembra erudita e in realtà è doppiamente problematica: ideologica nel metodo, e filologicamente incerta nella premessa.
Partiamo dalla premessa. Che il maiale dell’affresco sia una Cinta Senese non è una certezza zoologica: è una convenzione narrativa consolidata dall’uso promozionale, non dalla scienza. Chi guarda l’animale con occhio non devoto nota immediatamente la questione delle orecchie. La Cinta Senese ha orecchie dirette in avanti e in basso — è un tratto morfologico caratteristico della razza, codificato nel libro genealogico degli anni Trenta del Novecento. Il maiale di Lorenzetti ha orecchie erette, morfologicamente incompatibili con quello standard. La letteratura scientifica più cauta parla di “a belted pig of similar appearance” — un suino con cinghiatura di aspetto simile — senza affermare identità di razza. Uno studio di aDNA pubblicato su PubMed che ha tentato di risolvere la questione per via genetica ammette esplicitamente che le analisi morfologiche dei resti non offrono risoluzione sufficiente per valutare i caratteri fenotipici: l’identificazione iconografica resta aperta. Persino alcune fonti promozionali della Cinta Senese, non sospette di ostilità verso la razza, annotano candidamente la differenza delle orecchie tra l’animale trecentesco e quello contemporaneo.
Il Consorzio non ha ovviamente alcun interesse a segnalare questa incertezza. Né Rosati. La continuità dall’affresco alla DOP è troppo bella per essere messa in discussione: autorizza a presentare la denominazione di origine protetta — che è un atto amministrativo europeo degli anni Novanta, figlio del regolamento CEE 2081/92 — come il riconoscimento formale di una realtà biologica e culturale che esisteva già nel Trecento senese. La DOP non come costruzione giuridica ma come destino.
Ed è qui che il problema ideologico si sovrappone a quello filologico. Anche se il maiale di Lorenzetti fosse con certezza la Cinta Senese — e non lo è — il gesto interpretativo di Rosati resterebbe discutibile. Proiettare le categorie dell’economia circolare su un contadino medievale che conduce il suo animale verso la città non illumina Lorenzetti: lo arruola. Lorenzetti stava descrivendo la prosperità di una città ben governata, non teorizzando un modello metabolico di filiera corta. Usarlo come antefatto della DOP economy è anacronismo militante: si costruisce una genealogia per naturalizzare il presente, per fare apparire come organico e necessario ciò che è invece contingente e storicamente determinato.
Il risultato è che la “filosofia” di Rosati poggia, nel suo momento più ambizioso, su una iconografia non verificata usata come fondamento mitopoietico di un sistema economico-giuridico del tutto moderno. Non è un dettaglio marginale. È la struttura del libro in miniatura: la suggestione al posto dell’argomento, l’autorità dell’immagine al posto della prova, il mito delle origini al posto della storia.
Ed è qui che entra in scena Franceschelli, con il suo post da Montalcino.
Il sindaco scrive che i Consorzi sono “i veri custodi di un patrimonio collettivo”, che “fanno da ponte”, che “il valore generato rimanga ben ancorato qui, dove affondano le nostre radici.” È la parafrasi fedele della tesi di Rosati, tradotta nel registro dell’amministratore locale. E come la tesi di Rosati, regge solo finché non si preme sulla superficie.
Il valore delle DOP più potenti — Brunello in testa — non resta ancorato al territorio: parte da lì, ma si distribuisce lungo catene di distribuzione internazionale, finanziamento bancario, proprietà fondiaria sempre più frequentemente in mani extranazionali. Esistono ancora famiglie storiche che producono e presidiano il territorio — e sarebbe disonesto non riconoscerlo. Ma la tendenza strutturale degli ultimi vent’anni racconta altro: acquisizioni da parte di gruppi internazionali, fondi di investimento, capitali che entrano nella denominazione come entrano in qualsiasi asset di lusso globale. Il Consorzio gestisce il marchio, non la rendita. Il “patrimonio collettivo” è amministrato da chi ha i volumi produttivi per sedere ai tavoli: non dai braccianti stagionali, non dalle famiglie che vendono i loro vigneti per far fronte a una successione onerosa. La retorica del radicamento copre una mobilità del capitale che va esattamente nella direzione opposta.
Franceschelli poi cita il libro di Rosati come se avesse “una forza straordinaria” e desse al territorio una “chiave del futuro.” Ma Rosati dirige l’associazione dei Consorzi. Citarlo come autorità filosofica sul ruolo dei Consorzi equivale a citare Confindustria per parlare di diritti dei lavoratori: non è una fonte, è una parte. Che Treccani abbia pubblicato il libro e che Galimberti l’abbia prefato non cambia questa struttura di fondo. Il sigillo enciclopedico e quello filosofico svolgono la stessa funzione del bollino DOP sull’etichetta: certificano, non analizzano.
C’è però una domanda che Franceschelli non pone, e che i dati pongono al posto suo. Nel decennio e mezzo in cui il Brunello ha consolidato la sua presenza sui mercati internazionali, Montalcino ha perso abitanti in modo costante e misurabile. I dati ISTAT elaborati da Tuttitalia sono inequivocabili: nel 2010 il comune contava 6.184 residenti; al 31 dicembre 2023 erano 5.605. Cinquecentosettantanove persone in meno in tredici anni, su un comune che al suo picco ne aveva poco più di seimila. Non è un crollo verticale, ma è un’emorragia senza interruzione: ogni singolo anno del periodo, senza una sola eccezione, il saldo demografico è negativo. Il valore “rimane ancorato qui”, come scrive il sindaco. Le persone, no.
A complicare il quadro, il mercato immobiliare. Secondo i dati di Immobiliare.it, ad agosto 2025 il prezzo di vendita degli immobili a Montalcino era di 2.347 euro al metro quadro, superiore alla media provinciale di 2.046 euro. In un comune di area interna, dove i redditi sono quelli dell’agricoltura e dei servizi locali, questo significa che il mercato residenziale non è più accessibile a chi lavora sul territorio. Le case non vengono tolte dal mercato dalla povertà, come accade in altri borghi spopolati: vengono tolte dal mercato dalla ricchezza, trasformate in asset turistici, in dimore di rappresentanza, in investimenti di capitali che non hanno nulla a che fare con le radici di nessuno. La Toscana non a caso è la prima regione italiana per fatturato da affitti brevi — 1,3 miliardi l’anno, prima di Sicilia e Lombardia — e Montalcino ne è uno dei motori silenziosi.
È il paradosso della DOP economy applicato al territorio reale: più il marchio vale, meno il luogo è abitabile da chi lo produce. Franceschelli celebra le “energie trasformate in forza di sviluppo territoriale.” Forse varrebbe la pena chiedersi: sviluppo per chi abita il territorio, o per chi lo possiede?
Resta una domanda, che è forse la più importante.
Perché questo libro, in questo momento? Il Tour DOP non è una operazione culturale nel senso pieno del termine: è una operazione di consolidamento identitario di un sistema che sente il bisogno di raccontarsi. Le Indicazioni Geografiche europee sono sotto pressione — dal cambiamento climatico, dalla standardizzazione produttiva che il successo commerciale porta con sé, dalla critica ambientalista alle monocolture che i grandi marchi incentivano, dalla concorrenza di sistemi analoghi che stanno nascendo in altri contesti giuridici. In questo scenario, dotarsi di una “filosofia” — con tanto di prefazione di Galimberti, edizione Treccani e sindaci plaudenti — è una mossa difensiva travestita da proposta culturale.
Non è detto che il modello DOP sia sbagliato. Anzi: ha prodotto risultati reali, ha protetto produzioni che altrimenti sarebbero scomparse, ha generato valore nei territori. Ma una difesa onesta di quel modello richiederebbe di confrontarsi con le sue contraddizioni reali — la concentrazione proprietaria, la finanziarizzazione, la pressione ambientale, la governance oligarchica dei Consorzi, e lo spopolamento silenzioso dei borghi che quel modello dovrebbe tenere vivi — e non di esorcizzarle con una iconografia medievale di dubbia attribuzione e la benedizione di un filosofo.
Quella sarebbe filosofia. Questo è un’altra cosa.
Una nota a margine. Questo pezzo è nato da un confronto a distanza — scambi rapidi, verifiche in tempo reale, obiezioni che correggono il tiro. E mi sono accorto che questo tipo di dibattito aperto riesce a mettere a fuoco problematiche che i convegni organizzati — quelli con il sindaco in prima fila, il presidente del Consorzio al tavolo e il vice direttore della banca come ospite d’onore — raramente producono. Nei convegni si celebra. Nel confronto si pensa. La differenza non è di forma: è di funzione.





